L’Europa e le Stampe Giapponesi

Di Martino Cappai 

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Breve introduzione al rapporto tra le stampe nipponiche e l’arte occidentale

Dallo scorso ottobre sino al 18 gennaio il Gran Palais di Parigi ha dedicato una grande retrospettiva a quello che sicuramente è l’artista giapponese più conosciuto e influente del XIX secolo, Katsushika Hokusai (1760 – 1849). Continua a leggere

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Agognate Povertà #6: Un Giorno

In mattinata avevo appuntamento con un uomo che portava vesti d’avvocato. Mi recai da lui perché ero stato oggetto di una truffa. Mi tranquillizzò, chiedendomi se avevo mai visto “Striscia la notizia”. Potevo avere in tasca qualcosa ma non ce l’avevo; decisi così di vivere l’avventura. Quel giorno compiva gli anni una persona a me molto cara. Così passai dal fioraio, ove oltre a lasciargli un libro che trattava una particolare visione del mondo e delle relazioni, gli presi un fiore. Il fiore aveva due bocci e un gambo; prima dei bocci si diramava per pochi centimetri in due. I bocci non erano ancora fioriti ed erano di colore arancio. Continua a leggere

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2014

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psycho_tropical_berlin_2013Il mio 2014, come da copione, è stato una merda. Diviso e sgretolato in tante parti, mi sveglio a gennaio con trenta gradi circa, dopo una notte passata al quattordicesimo piano di un palazzo di New Manila a guardare i razzi che quasi raggiungevano la finestra esplodendo in mille scintille rosse. La sera prima parlavo di un concerto punk di beneficenza a favore dei pitbull, pitbull utilizzati in combattimenti di cani clandestini.

Accompagnandomi in là di qualche settimana con una serata hip hop / metal al Tomato Kick di Timog Avenue, serata finita tra pianti e sommosse, e serate passate in casa tra pianti e scommesse, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece poi non lo è stato.

Ho ascoltato “Their satanic majesties” dei The Brian Jonestown Massacre per la prima volta, o forse non era la prima volta, la canzone Anemone ancora mi rimbalza nel cervello e non…

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2014/2

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Gennaio, in Australia, è il cuore dell’estate, e il villaggio del Campus è quasi deserto. Circondato dalla quiete, io sono l’unico col cuore in gola. Mi sveglio, sento voci al piano di sotto, e mi riempio di paranoia: nella confusione della veglia, per qualche secondo, immagino scene da film d’azione: io che mi nascondo negli angoli, esco dall’ombra e taglio la gola ai sicari.

Questo perché sono in subaffitto. Un mio ex-coinquilino mi ha lasciato la sua stanza dicendomi che avrei trovato la chiave sotto il tappeto. Arrivato all’alba, dopo un viaggio di 25 ore, mi accorgo che non c’è nessun tappeto. Da lì in poi rimbalzo tra il silenzio estivo del villaggio e la mia paranoia: l’amministrazione è incredibilmente aggressiva, cercano di spillarti soldi per qualsiasi scusa. Non oso immaginare la multa che beccherei se scoprissero che sono senza contratto; per vari scherzi del destino, le chiavi elettroniche che…

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CLOB Episode #03 POPES

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni settimana, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso. Nel terzo episodio si parla di Papi: POPES, Extra Omnes.

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CLOB Episode #02 EXPLOSIONS

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni settimana, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso. Nel secondo episodio si parla di ordigni: EXPLOSIONS, “…priva di parassiti, e malattie” I. Svevo, La coscienza di Zeno

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di | 11 dicembre 2014 · 00:09

CLOB Episode #01 SPACE

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni lunedì alle 19.30, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso.

Nel primo episodio si parla di spazio: SPACE, can you cry in space?

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di | 1 dicembre 2014 · 01:00

Kronake dal Kurdistan #1

Kronake dal Kurdistan #1


Meglio un buon nome al profumo.
E meglio il giorno della morte a quello della nascita.
Meglio entrare in una casa in lutto,
che in una dove si festeggia.
Perché lì c’è la fine dell’Uomo,
e questo porta alla riflessione.

da QOHELET (7: 1-2). Traduzione di Michele Barbaro

Il primo contatto con la cultura curda l’ho avuto da bambino, nel periodo in cui si richiedeva la liberazione di Abdullah Öcalan e allo stesso tempo nel mio paese si appendevano volantini di sostegno ad Antonella Ruggiero per il festival di Sanremo. Mi capitò di vedere al cinema il film “Lavagne”, che parla di un maestro che gira con la propria lavagna sulle spalle, alla ricerca di allievi nelle lande desolate tra Iran e Iraq, dove nessuno sa leggere né scrivere. Nei pochi sprazzi di fili d’erba che spuntano tra le rocce degli altipiani in cui sono stato, molto simili a quelli del film per quello che mi ricordo, la gente si siede a chiacchierare con copricapi scuri sotto al sole cocente. Ragazzini portano pecore o mucche al pascolo, un uomo prega in un campo davanti a una strada lunghissima che sembra condurre al niente.

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Il primo curdo in carne ed ossa che incontro fa il cameriere in un albergo. È biondo e scuro di carnagione, un bel ragazzo. Gli mostriamo un meme trovato a caso su internet di cui non capiamo il significato, lui cerca di spiegarcelo: significa più o meno “Keep calm e Dio benedica il Kurdistan”. Mostra approvazione, sorride e si batte la mano sul petto: “Io sono curdo”, dice emozionato.

Öcalan, leggo su wikipedia, è nato vicino ad Halfeti, nella provincia di Şanlıurfa. Siamo rimasti tutti abbacinati dal report di Zerocalcare a Kobane. Şanlıurfa è la città dove la sua carovana atterra prima di proseguire verso il confine con la Siria. Halfeti è invece un piccolo villaggio mezzo sommerso dalle acque di una diga dell’Eufrate. Questo qua:

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A Şanlıurfa sono stato per motivi assolutamente indipendenti dalla passione per la cultura curda. È una città strana per un corso di una settimana su Erasmus+: piuttosto conservatrice, ha quasi due milioni di abitanti e ci sono solo due bar che servono alcolici in centro, uno di fianco all’altro. Dentro è pieno di uomini che fumano, mangiano yogurt e bevono rakı.

In centro molti uomini passeggiano a coppie o in tre, mentre nelle donne si può notare tutta la varietà possibile di velature (che io non conosco, ma per intendersi: dall’assenza totale a un po’ di tutti questi tranne il burqa). Il colore tipico della città è il viola scuro, quindi moltissime donne ne sono velate. La sera una piazzetta è recintata dai nastri gialli di una scena del crimine, con tanta polizia intorno. Per il resto, sembra piuttosto tranquilla.

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Il presidente dell’associazione che ci ospita, così come la maggior parte della popolazione locale, è curdo e non parla una parola di inglese. 

Siamo invitati a partecipare alle celebrazioni per la festa della donna in un campo profughi siriano. Si sentono stime diverse sul numero dei rifugiati in terra turca, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sono 1,5 milioni.

All’evento partecipa la moglie di Erdogan e altri ministri del governo turco. * dice che a giugno ci saranno le elezioni per la presidenza. Erdogan farà come Putin: dopo dodici anni sta per lasciare l’incarico di primo ministro a una sua marionetta per poter farsi eleggere presidente, e rimanere così in carica per altri sette anni. Nonostante una discussione in cui prevale l’interesse per toccare con mano una situazione che sentiamo raccontata solo dai giornali, decidiamo di non condividere l’ingresso nel campo profughi con le personalità dell’attuale governo.

Sulla strada passiamo davanti al campo profughi; ospita 35000 persone ed è quell’enorme serie di tende bianche che si vedono in lontananza:

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All’università di Harran a Birecik parlo con tre ragazze, studiano pubbliche relazioni e amano film horror americani. Verso il confine con la Siria, visitiamo il tempio più antico del mondo. Su quelle stesse colline abitavano gli Ittiti.

Tra le mie innumerevoli paranoie nasce anche quella delle mine anti-uomo, che in quella zona credo siano solo frutto della mia immaginazione. Non c’è tempo né modo di approfondire. Parecchi sono i mezzi militari presenti, con posti di blocco armati di kalashnikov. Mi sembra di capire che il pericolo principale nella zona di confine sia il traffico di armi, quasi indisturbato.

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Tornato a Milano ho visitato l’ossario della cappella di San Bernardino alle Ossa. È un po’ un off topic, non c’entra un cazzo. Ho sempre pensato che la cultura più interessante per me fosse la mia. Ce l’ho sempre avuta sotto gli occhi, posso comprenderla un poco più a fondo di un estraneo. Estraniarsi fa bene, rende le cose più semplici e oggettive. Ma proprio per questo il discorso è più scientifico, meno passionale. Prendo coscienza della morte per la mia cultura. La stessa è raffigurata su un anello, l’anello di un personaggio molto particolare. Ha una collezione di trentasei chitarre appese al muro di casa sua, e non ne sa suonare neanche una. È grasso, curioso, suscita ilarità. Sull’anello c’è una morte in motocicletta. L’anello era di suo nonno, proviene da Ferrara; ne sono state fatte solo cinque copie. “Un giorno capirai perché ti ho dato quest’anello”, gli disse suo nonno. “E non sei curioso?”, gli chiedo. Mi risponde: “Ho le carte, potrei farmi dire chi l’ha fabbricato e perché”. “Perché non lo fai?”, ribatto. Si sporge sul tavolo, mi fissa negli occhi come sbigottito. “Non venderei quest’anello nemmeno per trentacinque mila euro”. Fa una pausa. “Ma non voglio saperne nulla. Un giorno capirò”.

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di | 5 febbraio 2015 · 11:26

Spazi #1

Questi
ma parlandoci
sono
ci poniamo
fotogrammi
orizzonti
tratti
apriamo porte
da
non giochiamo
un
riflettiamo
video
in anfratti
girato
8
in
fantasmi
uno
che dal retro
Sprar
illuminiamo finestre
. guardano

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di | 25 gennaio 2015 · 00:47

Agognate povertà #5: Emilia in Parte

In queste ultime settimane sono dovuto spesso andare in Emilia per motivi che non riguardano soldi.

La città di Bologna era calda, umida e soffocante. Davanti ad un ufficio SPRAR del centro, in Via San Leonardo, ricevetti la chiamata di un amico che mi invitava ad andare allo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello con una delegazione dell’Amministrazione Comunale del mio Paese. L’amico ebbe il mio diniego.

Lo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello è stato più bello quest’anno dello scorso.

 

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Bologna ha due torri che la collegano al cielo. Le due torri sono custodite da più di trent’anni da un uomo che sta per essere cacciato dall’Amministrazione Comunale.

La città di Modena aveva un cielo grigio. Di Bologna conservava i portici.
Al centro camminava gente vestita bene. Alla periferia, poco prima del centro, lungo il Viale Giardini, camminava un bimbo scuro di pelle vestito meglio dei passanti del centro. I suoi abiti erano di gusto nobile.
Modena ha un campanile che la collega al cielo.

Di queste due città non so quali siano i codici che ricevono dal cielo.
Ma tutte e due, dovrebbero averci conversato a lungo, dati i loro impegni storicizzati a farsi importanti nell’alto; le due torri e un campanile.
Come ogni città d’Occidente.foto

Non ho voglia di tergiversare, anche se è spesso mianecessità. Tergiversare è l’azione che amo di più fare. Dovremmo lottare per un reddito minimo garantito perché non ci è data la possibilità di tergiversare; invece non lo otteniamo nemmeno se parliamo la lingua del Capitale.

Ero comunque a Bologna per fare una cosa precisa; parlare di sazietà attraverso lo stesso oggetto ed il tempo.
Ho quindi cercato di indicizzare il museo degli abitanti della nostra Civiltà; ho così individuato tutti gli uffici e gli alloggi degli uomini che dal Sud del mondo, dall’Africa in particolare, sono appena arrivati in questa Penisola.
Incontrandoli pensavo agli spazi e ai dazi; a un’insieme di punti che mi completava nella regione del cervello a cui questa non arriva. L’impegno era quello di porre come elemento primo la natura dei neuroni a specchio.

Ho quindi cercato di fare questo, video che poi è stato selezionato ad un concorso indetto dal C.I.R.. Il video si chiama Precious ed ha questo volto qua:

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In questa Emilia ho trovato biforcazioni difficilmente dimenticabili, perché incomplete e senza fine; laddove non si trova completezza spesso si rimane con la voglia di finire di vedere come va o altre volte, anch’esse comuni, si lascia che rinascano a nuova vita, a prendere altra animosità in altro tempo.

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