Call me Ishmael

La sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui. (Gen 16, 12)

Agognate povertà #4: Le due città di ( )

by michelebarbaro

di Tommaso Capecchi

 

Le due città di (   ) sono la stessa città. Una è sopra e l’altra sotto, una viene prima e l’altra dopo ma convivono insieme. Prima non era così, ora sì.

La prima città viene da lontano e come tutte le cose o le storie che vengono da lontano ci narra tante situazioni, diversi flussi e continui passati che, piano piano arrivano ad oggi, a uno dei tanti giorni di oggi. O più semplicemente ad uno degli oggi che si confonde con ieri se siamo capaci di osservarlo nel suo futuro. Un oggi disorganico nei tempi e nella dimensione chimico-fisica del reale. 

Questa città nasce nell’eterotopia di un affresco che ha sede nel suo Palazzo di Governo (o uno di essi), dipinto intorno al 1338 da uno dei fratelli Lorenzetti; Ambrogio, più giovane di Pietro.

Si forma su colli con mattoni d’argilla che la ricompongono con case, torri, grandi palazzi, strade e piazze. 

Questa città vive ora nella luce delle cose e dei colori delle persone che camminano nelle strade. Essi lavorano poco preferendo la passione dei momenti e dei progetti e anche per questo, vivono bene o insomma, in quel modo lì. Vivono bene anche perché si rendono semplici e spontanei nell’importare ed esportare relazioni.

Vivono bene perché quando si alzano la mattina prima ridono e poi: si prendono un caffè, si lavano il corpo e tutte quelle cose cha gli va di fare. In questa città ci stanno in tanti, anche gli animali.

Questa prima città (   ) non ha mura, non ha recinti o limiti fisici delineati, costruiti e costituiti. Si vede da Sud da una strada lunga diritta a da Nord da un’altra con molte curve perché ci sono le colline.

Questa città veniva vista da Maurice Denis nel 1921 da prospettive come questa. La città era già Fascista e simile a quella che gli sta sotto.

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La vera bellezza di questa città è che di bellezze ce ne sono tante; dentro, fuori, sopra, sotto, omeostatiche e tutte della stessa intensità, dimensioni e verso. 

Una di queste è che si dorme bene e lo possiamo fare un po’ dove ci pare.

Ancora più grande e vere sono le relazioni che si compongono in questa città; fisiche, corpose e compagne. La realtà è che queste non hanno memoria statica ma sempre in evoluzione verso registri che contemplano l’unica dimensione della contentezza.

 (   ) è un bambino su una spiaggia che si è scordato di una Madre e di un Padre e vive l’autonomia del momento.

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Nella seconda città (   ) LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

E tutti non sono uguali e tutti non camminano allo stesso modo. Neanche i denti sono uguali. I più fortunati li hanno bianchi. Ma solo perché non sanno quello che fanno o qualcosa di simile che sta scritto nella Bibbia. (   ) è Mariana.

In questa città (   ) gli incontri si fanno solo al di là delle persone, solitamente per un’avere che non dà o per una bipolarità dilagante e devastante che si esprime così: “Farei qualsiasi cosa per te, ma preferisco non vederti”. In questa città il sole brucia troppo, quando piove c’è sempre grandine e come ti siedi per riposarti un pò, non puoi starci troppo perché arrivano i montini che ti obbligano ad alzarti; quelli spazi sono loro o sono dei loro avi, che li hanno costruiti per loro, non per te che “ma chi sei tu per permetterti di riposarti a casa nostra!”. Se per caso riesci a trovare cibo è grazie a loro che non te lo tolgono dalla bocca. Nel cibo c’è sempre troppo sale perché costa poco.

Questa città, che sta sotto all’altra,  ha mura intorno, ai davanzali delle case ci sono chiodi per non fare entrare nessuno e alle porte pure. 

Se qualcuno di voi volesse vivere nella città (   ) deve mettersi in testa di obbligarsi almeno in queste 4 regole: rendersi totalmente subalterno rispetto a un quadro (dipinto nel Palazzo del Potere nel 1200 circa e ora nascosto nella collezione di un montino famoso), dormire poco e male, fingere sempre il sorriso fuori da casa sua e salutare i muri. In questa città (   ) le persone vivono con legati ai piedi due enormi sacchi di sabbia: in uno c’è scritto NOIA nell’altro c’è scritto VUOTO.

Ma il vettore che fa muovere spazialmente chi ci vive o pensa di esisterci ha direzione opposta a queste due sacche. Il risultato che ne viene fuori è un’ incomprensibile paradosso, ossia un “non-senso” senza la parola “senso”.

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Se penso a ( ), m’immagino ad un binario quasi qualsiasi della stazione di SMN che ora è il numero 16 e che porta passeggeri uguali e diversi da quelli che portava sessanta anni fa. E quella è una storia che è stata fatta e ne esiste un’altra che ancora si ha da fare e non capisco ancora bene il motivo, ammesso che la storia abbia senso o bisogno di motivi. Invece sì che la storia ha bisogno di motivi o meglio, di necessità, nel momento in cui chi si pone domande e dubbi di fronte al mondo diventa deliberante e non più delegante.

Questa città si diverte non perché esiste vita divertente, ma si diverte solo perché ridere è sempre più piacevole che essere contenti sempre; si diverte perché è meglio così e non c’è da pensarci troppo.
Però, fra le due città ( ), quella che sta sopra delibera e quella che sta sotto delega.
Fra le due città ( ), ci si diverte in due modi di-versi. La prima è libera, l’altra si costringe alla rima. Come le formiche, che stanno in fila a costruire una loro casa, la seconda ( ) è legata a sé, mentre l’altra no. L’altra non si lega ma ci sfiora e per via esponenziale aumenta la consapevolezza del luogo e della cura del sé.

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Frattaglie Filippine #7 – Frattaglie Conclusive

by mestolate

Tra qualche giorno torno a casa. Quando sono partito avevo appena compiuto venticinque anni, ora ne ho ventisei. Sono successe un sacco di cose dall’ultima volta: mi sono trasferito in una zona piuttosto periferica e ho finito di farmi prendere per il culo da gentaglia che naviga nel “business” degli aiuti umanitari come se fosse un business appunto.

Non è cambiato molto però: le blatte privilegiano sempre il pianterreno, la porta del bagno si tiene chiusa perché i topi potrebbero risalire le tubature nuotando e ho visto un piccolo serpente nero a lato della strada. In taxi è sempre meglio mettere la sicura alle porte perché quando si è bloccati nel traffico qualcuno potrebbe aprirle per derubarti. A volte però è il tassista che tenta di derubarti non mettendo il tassametro e bisogna saltare giù. L’altra sera nel bar qui di fianco una prostituta inveiva contro una concorrente, incitando il suo cliente a portarla immediatamente in un motel.

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Il mio ultimo giorno di lavoro prevedeva la presenza ad un summit che ho svogliatamente contribuito a organizzare. La mia diretta responsabile, con grande classe e nonscialanza, si è licenziata una settimana prima del convegno per buttarsi nel mondo del mercato immobiliare con una gran dimostrazione di impegno e valore alla causa: “dicono che quest’anno ci sarà un boom economico nel campo” – sob.

Il luogo e la data sono stati cambiati almeno cinque volte nel giro di due settimane, cosicché io dovevo continuamente ricontattare i relatori e avvisarli delle modifiche, finché alcuni, fiutato il tranello, si sono defilati e ci hanno lasciati scoperti per il terzo giorno di conferenze. Poco male, perché nel cuore della notte siamo stati svegliati da alcune decine di partecipanti sotto shock, derubati in albergo mentre dormivano, trasformando così la farsa in tragedia.

A questo punto ho finalmente potuto mandare in culo tutti quanti e me ne sono andato al mare, in un posto dov’ero già stato. Ritornare sui propri passi, con persone e in circostanze diverse, è sempre un ottimo modo per scoprire cose nuove e trovare prospettive differenti. Questa volta, dopo ore di autobus in mezzo alla foresta, sono capitato sulla spiaggia più bella che abbia mai visto:

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Non contento, subito dopo sono partito per Hong Kong. Sulla metro per andare in aeroporto, un signore mi si avvicina e si siede di fianco a me. Mi chiede da dove vengo e mi dice che è stato tre anni in marina a Gaeta, vicino Napoli, e ora fa il marinao. Continua a ripetermi che se mi avesse incontrato prima mi avrebbe sicuramente invitato a casa sua, e quando mi lascia per scendere dal treno mi dice: “Fai attenzione, conosci Manila…”, come se stesse parlando di una vecchia amica in comune.

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Appena arrivato a Hong Kong tutto mi sembrava molto tranquillo e taciturno. La notte si può camminare su dei marciapiedi veri e propri e non bisogna tapparsi il naso per coprire l’odore di fogna. Gli autobus a due piani sono veloci e silenziosissimi, e contribuiscono a non creare problemi di traffico. La seconda impressione però è stata: tutto questo è noioso e monotono.

La principale HK Island è per gente di un certo livello, coppie ricche di nazionalità diverse che mandano i propri figli in scuole bilingui. La gente non toglie gli occhi dal cellulare per un istante, tanto che nella metro i messaggi degli altoparlanti invitano a staccare gli occhi dallo schermo e fare attenzione mentre si cammina.

I territori circostanti ospitano luoghi di maggiore interesse, come piccoli villaggi di pescatori, il mercato della giada o il tempio dei diecimila Buddha (che non sono quelli della foto, ma si tratta di piccole statuette posizionate all’interno del tempio vero e proprio):

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Le prime tre notizie di un giornale in inglese, critiche verso la madre-terra cinese, erano degne di una storia di Chuck Palahniuk. La prima raccontava dei furti di organi nelle prigioni cinesi, la seconda riportava di un asilo in cui venivano somministrate medicine ai bambini in modo da non farli mai ammalare e pagare ogni giorno la mensa scolastica, e infine qualche pezzo grosso reclamava “la testa del sindaco di Pechino” se non avesse risolto i problemi di inquinamento della città.

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Mi spiegano che gli abitanti protestano sempre più spesso contro la crescente pressione cinese perché non vogliono cedere le libertà espressive di cui godono grazie al sistema de “Un paese, due sistemi”. Da qui si spiega l’astio verso il governatore di Hong Kong, letteralmente un “Chief Executive Officer”, eletto solamente da 1200 rappresentanti di corporazioni e la cui candidatura dev’essere supportata da un comitato elettorale economicamente e politicamente legato alla Cina.

Sono stato anche a Macao per un giorno. Macao è un posto pazzesco. Ex-colonia portoghese, conserva un centro storico bellissimo che però la sera si svuota. Più a nord, il confine terrestre con la Cina, da cui arrivano orde di turisti in bus, più a sud, il motivo per cui arrivano le orde di turisti: un’agghiacciante distesa di casinò dorati e pacchianissimi, per un giro di soldi superiore a quello di Las Vegas. Due isolette minori, collegate a Macao da un ponte, sono state unite tra loro sottraendo terra al mare per metterci più casinò, tra cui il famoso Venetian Hotel, un’aberrazione unica:

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Alla fine, per ultimo il viaggio più importante, quello a cui anelavo da tempo. Sono ritornato tra gli ex-cacciatori di teste, a quasi un anno di distanza, in un’altra tribù ma con un nome nativo. Buscalan, il villaggio dove vive l’ultima tatuatrice kalinga, è un posto bellissimo:

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Per arrivarci ci vogliono circa due giorni di viaggio, un’intera notte in autobus più qualche ora in jeepney. La jeepney strabordava di persone, saranno state cinquanta, in attesa nella lamiera rovente sotto il sole di mezzogiorno. Nelle province è sempre così, la partenza avviene quando il veicolo è pieno, ma quando sembra già riempito all’impossibile si aspetta un altro quarto d’ora per infilare l’ultima persona dove prima sembrava impossibile ci fosse spazio. Venti dentro, trenta sul tetto, più sacchi di riso, polli vivi legati sotto i sedili. La gente sulle montagne è splendida, sempre giovali e interessati a comunicare cose semplici ma intelligenti. Un tempo abbondava pure di resistenti armati comunisti.

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Dopo una notte di riposo si parte per qualche ora di cammino fino al villaggio. Se si sta svolgendo la cerimonia di semina o raccolta del riso, il sentiero è bloccato e nessuno può entrare fino al giorno dopo. Per qualche strano motivo, tutti hanno bisogno di fiammiferi, che chiedono ai turisti. Qualunque individuo di sesso maschile cammina con un machete appeso alla cintura. La guida dice che una volta una turista olandese si è offesa a morte perché le ha detto che le avrebbe fatto bene camminare, dal momento che il suo fisico non aveva propriamente la forma di una bottiglia di coca cola. Quel giorno ha imparato che altrove non è un complimento far notare a una ragazza che può permettersi di mangiare molto cibo. Aveva paura che non lo pagasse più.

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In realtà l’ultima tatuatrice ha insegnato a sua nipote come portare avanti il mestiere, per cui sono stato molto contento di lasciare spazio ai giovani e di farmi tatuare da una diciottenne, dato che la novantacinquenne Fang-Od era a lavorare nei campi. L’inchiostro è fatto con carbone preso dal sotto di una pentola, l’ago è una punta di legno di limone che viene battuta nella pelle con un bastoncino di bambù. I motivi richiamano principalmente caratteristiche di animali, ed erano un tempo usati per protezione o riti di passaggio.
Dopodiché si dorme su una stuoia per terra nella stessa stanza con la tatuatrice, la guida e un altro paio di persone. La notte i ragazzini vengono a bussare specialmente se ci sono ragazze che dormono. Il giorno dopo si scende e si torna indietro.

<p><a href=”http://vimeo.com/91902659″>Jeepney rooftop</a> from <a href=”http://vimeo.com/user19464496″>Federico Pozzoni</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Se gli ultimi due paragrafi sono risultati un po’ confusi, è perché ho bevuto per sbaglio un bicchiere d’acqua del rubinetto. Nonostante ci avessi già provato, non mi sono ancora abituato. Ho passato un giorno coi crampi allo stomaco, la febbre alta e mi si è gonfiata la pancia come a un bambino del Biafra. Purtroppo per il nostro editore però sono ancora in piedi, quindi niente diritti di pubblicazione. Se tutto va bene, questa saga del sud-est asiatico è conclusa. Grazie di cuore e ci vediamo dall’altra parte.

P.S. Il venti aprile ci sarebbe l’inaugurazione di una mostra collettiva in una galleria d’arte. 420 è un codice che i ggiovani nordamericani usano per ritrovarsi a fumare erba verso le 4.20 di pomeriggio, e in generale indica lo stare insieme a scopo ricreativo. Se prestate attenzione ai nomi troverete una piccola sorpresa.

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Agognate povertà #3

by michelebarbaro

Su due città e uno spazio

Di Tommaso Capecchi

In questi giorni sto frequentando due città, per due motivi diversi. Le città sono: Arezzo e Prato. Da Arezzo ci arrivo da Firenze, da Prato anche.

Tutte e due si uniscono alla patria vertebra dell’autosole. Che schifo; se fossi una lepre o sarei adriatica o tirrenica. Ma potrebbe andare peggio, magari non potrei nemmeno arrivare alla spiaggia. Era meglio l’epoca di etruschi o fenici, in caso si fossero incontrati. Ma sono un uomo o presunto tale e quindi, come dice un mio grande maestro di vita: “sono una cosa che fa ridere”; sbaglio, non mi accollo il problema, e continuo a sbagliare. La moltitudine di errori si confonde con intelligenza. O forse è proprio quella.  Leggi il seguito di questo post »

Agognate povertà #2

by michelebarbaro

 

Di Tommaso Capecchi

Londra si prende la compagna

 

Ci dovevo andare per incontrare Bridget Baker e festeggiare il compleanno di una persona.

Bridget Baker, questo è il sito: conoscere persone come lei aumenta la fiducia nell’intelligenza dell’umanità. Il rischio più grande che un uomo può correre prima dell’amore. Leggi il seguito di questo post »

Euro-Pinoy Jazz Concert 2014

by michelebarbaro

Originally posted on mestolate:

Rocco Hunt ha vinto Sanremo giovani con un pezzo mediocre, di cui tutto il possibile l’ha già detto lui. La notizia buona è che non è un pezzo sull’insonnia, pedaggio che apparentemente deve pagare chiunque registri un disco rap. La notizia migliore è che se chi dice di essere underground vince Sanremo, oltre a fare ridere, significa che questo genere corroso sta per passare nuovamente di moda.

Un’altra cosa è che sono andato a sentire Nguyên Lê con un quintetto jazz. Nguyên Lê io lo conosco principalmente per essere un chitarrista franco-vietnamita della madonna e per le cover di Jimi Hendrix.:

Gli altri non li conoscevo, ma per dovere di cronaca andateveli a cercare qui, perché a noi della cronaca non ce ne fotte nù cazz, sempre per citare Rocco Hunt. Il concerto era organizzato dall’European Union National Institutions for Culture (EUNIC), probabilmente per l’attenzione dei…

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Frattaglie Filippine #6 – Di puttane soldi

by mestolate

Fun fact: il Giappone è (ancora) la seconda potenza economica mondiale, dopo gli Stati Uniti (che sono, ancora, i principali contribuenti all’inquinamento globale – non chiedetemi le fonti che non me le ricordo e magari me le sono inventate, ma tanto ogni fonte, in quanto sorgente, è sotterranea e quindi relativamente inindividuabile). Leggi il seguito di questo post »

Frattaglie Filippine #5 – Cockfighting

by mestolate

In un mirabile saggio sul combattimento di galli a Bali, Clifford Geertz pone prima l’attenzione sul fatto che, come tutti sapete dall’avvento della connessione a banda larga, in inglese si usa la stessa parola per “gallo” e per “cazzo”. Dopodiché l’antropologo interpreta il combattimento di galli balinese come esposizione delle tensioni sociali all’interno di una comunità di uomini che si identificano con il proprio gallo (aka cazzo), un gioco di riequilibrio delle parti attraverso una lotta traslata e che rimane, tutto sommato, un divertimento. Le scommesse, infatti, non fanno che aumentare il rischio ed enfatizzare il simbolismo legato a questa pratica. Con queste premesse mi sono recato, con colpevole ritardo, ad una delle principali arene di Manila, fondata nel 1903, “La Loma Cockpit”.

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Agognate povertà #1

by michelebarbaro

di Tommaso Capecchi

GENT.MA SUPERFICIALITà

Le molte informazioni che mi erano giunte su quella storia erano state filtrate dalla tv nazionale italiana, pubblica e privata, e da qualche discorso ascoltato da qualcuno o qualcuna. Non ricordo bene chi fossero queste persone, non ricordo bene nemmeno cosa fosse quella storia, quella geografia, quell’ ingorgo vorticoso di tempi e cortocircuiti, adagiati su fatti storici che ci ri-guardano. Adagiati sulle produzioni soddisfatte o meno,  che l’ Occidente mondiale in senso politico ha saputo ben premeditare, confezionare in buona maniera e lasciare sconfiggere da una natura più semplice.

Sarajevo museo di storia

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Diari Scozzesi #3

by michelebarbaro

Scrivo dall’aeroporto di Malpensa. Terminal 2, quello dei voli economici. Appena uscito da una costretta cabina in plexigas, area protetta per fumatori. Per la prima volta da quando questi diari esistono, scrivo non dalla terra che mi ospita (prima Canada, ora Scozia) ma dal posto che per me è casa, Italia. A dire il vero, ho già passato il controllo della dogana, quindi non so bene se ufficialmente sia ancora in Italia. Un pannello al neon mi informa che fra un’ora e trenta il mio aereo partirà per Edinburgh. 

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Frattaglie Filippine #4 – Frattaglie anarco-Balinesi

by mestolate

Quando Monti disse che il posto fisso è monotono stava in realtà evidenziando un aspetto sottocutaneo della crisi che nessuno ha il coraggio di tirare fuori, ovvero: non dobbiamo più preoccuparci della pensione. Il nostro stile di pensiero è cambiato, la qualità della vita è tornata ad abbassarsi e noi non dobbiamo far altro che programmare di crepare prima di finire qualsiasi tipo di lavoro. Oppure non lavorare mai, che è sempre l’opzione migliore e che è del resto agevolata dal fatto che questa monotonia porti con sé il decadimento della maggior parte dei diritti conquistati dai lavoratori dal secondo dopoguerra in poi. Siamo finalmente liberi dalla prospettiva di dover lavorare sodo prima di poterci godere un meritato riposo: l’unico riposo meritato sarà già in una cassa di legno qualche metro sotto terra.

Forse spinti da questa intuizione collettiva, ho trovato un sacco di disperati a Bali. Persone che, pur credendo di esplorare il mondo e conoscere se stessi, hanno già la morte negli occhi, e io gliel’ho letta in faccia. Tutti in fuga da un lavoro fisso e ben pagato (provenienti dal Nord Europa), dall’assenza di esso (Europa meridionale) o puri figli di papà (Americhe), spesso hanno mollato fidanzati e appartamenti senza pensarci due volte. Da allora viaggiano da soli, per un anno o due, attraverso tutti i paesi del Sud-est Asiatico che un lavoro freelance online gli permette di visitare (io dopo una settimana da solo con lo zaino sempre bagnato dalla pioggia già non ce la facevo più). Sembrano fatti con lo stampino, sono tutti fissati di trovare un posto privo di turisti ma si trasferiscono in quello che è un faro del turismo da spiaggia, invece di ricercare l’autenticità nel luogo in cui si è nati e cresciuti. Praticano yoga, credono di trovare se stessi o un contatto con la natura e la semplicità locale (in un paese dove la pornografia è illegale e ti danno venticinque anni per una canna), ammaliati da incensi e vestiti colorati mentre a casa propria non vanno neanche alla Messa di Natale.

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Molti fanno volonturismo, che è il risultato del fatto che la cooperazione allo sviluppo non funziona. O meglio, funziona eccome, come strumento di marketing e propaganda politica sovranazionale. Il suo problema principale è che nessuno vuole sputare nel piatto in cui mangia e quindi l’unica forma di controllo sta nella buona volontà dei partecipanti, che come criterio principale non basterebbe nemmeno per un’associazione condominiale. La soluzione? Utilizzare questi strumenti per creare solidarietà tra i popoli e promuovere l’abbattimento di qualsiasi tipo di frontiera o di divisione sociale. Far fruttare questi soldi buttati per instillare nelle persone il disgusto verso chi ci controlla e chi impone la propria influenza con un sorrisino per rincorrere un sogno di egemonia. In una parola, anarchia.

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