Call me Ishmael

La sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui. (Gen 16, 12)

Frattaglie Filippine #7 – Frattaglie Conclusive

by mestolate

Tra qualche giorno torno a casa. Quando sono partito avevo appena compiuto venticinque anni, ora ne ho ventisei. Sono successe un sacco di cose dall’ultima volta: mi sono trasferito in una zona piuttosto periferica e ho finito di farmi prendere per il culo da gentaglia che naviga nel “business” degli aiuti umanitari come se fosse un business appunto.

Non è cambiato molto però: le blatte privilegiano sempre il pianterreno, la porta del bagno si tiene chiusa perché i topi potrebbero risalire le tubature nuotando e ho visto un piccolo serpente nero a lato della strada. In taxi è sempre meglio mettere la sicura alle porte perché quando si è bloccati nel traffico qualcuno potrebbe aprirle per derubarti. A volte però è il tassista che tenta di derubarti non mettendo il tassametro e bisogna saltare giù. L’altra sera nel bar qui di fianco una prostituta inveiva contro una concorrente, incitando il suo cliente a portarla immediatamente in un motel.

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Il mio ultimo giorno di lavoro prevedeva la presenza ad un summit che ho svogliatamente contribuito a organizzare. La mia diretta responsabile, con grande classe e nonscialanza, si è licenziata una settimana prima del convegno per buttarsi nel mondo del mercato immobiliare con una gran dimostrazione di impegno e valore alla causa: “dicono che quest’anno ci sarà un boom economico nel campo” – sob.

Il luogo e la data sono stati cambiati almeno cinque volte nel giro di due settimane, cosicché io dovevo continuamente ricontattare i relatori e avvisarli delle modifiche, finché alcuni, fiutato il tranello, si sono defilati e ci hanno lasciati scoperti per il terzo giorno di conferenze. Poco male, perché nel cuore della notte siamo stati svegliati da alcune decine di partecipanti sotto shock, derubati in albergo mentre dormivano, trasformando così la farsa in tragedia.

A questo punto ho finalmente potuto mandare in culo tutti quanti e me ne sono andato al mare, in un posto dov’ero già stato. Ritornare sui propri passi, con persone e in circostanze diverse, è sempre un ottimo modo per scoprire cose nuove e trovare prospettive differenti. Questa volta, dopo ore di autobus in mezzo alla foresta, sono capitato sulla spiaggia più bella che abbia mai visto:

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Non contento, subito dopo sono partito per Hong Kong. Sulla metro per andare in aeroporto, un signore mi si avvicina e si siede di fianco a me. Mi chiede da dove vengo e mi dice che è stato tre anni in marina a Gaeta, vicino Napoli, e ora fa il marinao. Continua a ripetermi che se mi avesse incontrato prima mi avrebbe sicuramente invitato a casa sua, e quando mi lascia per scendere dal treno mi dice: “Fai attenzione, conosci Manila…”, come se stesse parlando di una vecchia amica in comune.

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Appena arrivato a Hong Kong tutto mi sembrava molto tranquillo e taciturno. La notte si può camminare su dei marciapiedi veri e propri e non bisogna tapparsi il naso per coprire l’odore di fogna. Gli autobus a due piani sono veloci e silenziosissimi, e contribuiscono a non creare problemi di traffico. La seconda impressione però è stata: tutto questo è noioso e monotono.

La principale HK Island è per gente di un certo livello, coppie ricche di nazionalità diverse che mandano i propri figli in scuole bilingui. La gente non toglie gli occhi dal cellulare per un istante, tanto che nella metro i messaggi degli altoparlanti invitano a staccare gli occhi dallo schermo e fare attenzione mentre si cammina.

I territori circostanti ospitano luoghi di maggiore interesse, come piccoli villaggi di pescatori, il mercato della giada o il tempio dei diecimila Buddha (che non sono quelli della foto, ma si tratta di piccole statuette posizionate all’interno del tempio vero e proprio):

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Le prime tre notizie di un giornale in inglese, critiche verso la madre-terra cinese, erano degne di una storia di Chuck Palahniuk. La prima raccontava dei furti di organi nelle prigioni cinesi, la seconda riportava di un asilo in cui venivano somministrate medicine ai bambini in modo da non farli mai ammalare e pagare ogni giorno la mensa scolastica, e infine qualche pezzo grosso reclamava “la testa del sindaco di Pechino” se non avesse risolto i problemi di inquinamento della città.

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Mi spiegano che gli abitanti protestano sempre più spesso contro la crescente pressione cinese perché non vogliono cedere le libertà espressive di cui godono grazie al sistema de “Un paese, due sistemi”. Da qui si spiega l’astio verso il governatore di Hong Kong, letteralmente un “Chief Executive Officer”, eletto solamente da 1200 rappresentanti di corporazioni e la cui candidatura dev’essere supportata da un comitato elettorale economicamente e politicamente legato alla Cina.

Sono stato anche a Macao per un giorno. Macao è un posto pazzesco. Ex-colonia portoghese, conserva un centro storico bellissimo che però la sera si svuota. Più a nord, il confine terrestre con la Cina, da cui arrivano orde di turisti in bus, più a sud, il motivo per cui arrivano le orde di turisti: un’agghiacciante distesa di casinò dorati e pacchianissimi, per un giro di soldi superiore a quello di Las Vegas. Due isolette minori, collegate a Macao da un ponte, sono state unite tra loro sottraendo terra al mare per metterci più casinò, tra cui il famoso Venetian Hotel, un’aberrazione unica:

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Alla fine, per ultimo il viaggio più importante, quello a cui anelavo da tempo. Sono ritornato tra gli ex-cacciatori di teste, a quasi un anno di distanza, in un’altra tribù ma con un nome nativo. Buscalan, il villaggio dove vive l’ultima tatuatrice kalinga, è un posto bellissimo:

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Per arrivarci ci vogliono circa due giorni di viaggio, un’intera notte in autobus più qualche ora in jeepney. La jeepney strabordava di persone, saranno state cinquanta, in attesa nella lamiera rovente sotto il sole di mezzogiorno. Nelle province è sempre così, la partenza avviene quando il veicolo è pieno, ma quando sembra già riempito all’impossibile si aspetta un altro quarto d’ora per infilare l’ultima persona dove prima sembrava impossibile ci fosse spazio. Venti dentro, trenta sul tetto, più sacchi di riso, polli vivi legati sotto i sedili. La gente sulle montagne è splendida, sempre giovali e interessati a comunicare cose semplici ma intelligenti. Un tempo abbondava pure di resistenti armati comunisti.

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Dopo una notte di riposo si parte per qualche ora di cammino fino al villaggio. Se si sta svolgendo la cerimonia di semina o raccolta del riso, il sentiero è bloccato e nessuno può entrare fino al giorno dopo. Per qualche strano motivo, tutti hanno bisogno di fiammiferi, che chiedono ai turisti. Qualunque individuo di sesso maschile cammina con un machete appeso alla cintura. La guida dice che una volta una turista olandese si è offesa a morte perché le ha detto che le avrebbe fatto bene camminare, dal momento che il suo fisico non aveva propriamente la forma di una bottiglia di coca cola. Quel giorno ha imparato che altrove non è un complimento far notare a una ragazza che può permettersi di mangiare molto cibo. Aveva paura che non lo pagasse più.

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In realtà l’ultima tatuatrice ha insegnato a sua nipote come portare avanti il mestiere, per cui sono stato molto contento di lasciare spazio ai giovani e di farmi tatuare da una diciottenne, dato che la novantacinquenne Fang-Od era a lavorare nei campi. L’inchiostro è fatto con carbone preso dal sotto di una pentola, l’ago è una punta di legno di limone che viene battuta nella pelle con un bastoncino di bambù. I motivi richiamano principalmente caratteristiche di animali, ed erano un tempo usati per protezione o riti di passaggio.
Dopodiché si dorme su una stuoia per terra nella stessa stanza con la tatuatrice, la guida e un altro paio di persone. La notte i ragazzini vengono a bussare specialmente se ci sono ragazze che dormono. Il giorno dopo si scende e si torna indietro.

<p><a href=”http://vimeo.com/91902659″>Jeepney rooftop</a> from <a href=”http://vimeo.com/user19464496″>Federico Pozzoni</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Se gli ultimi due paragrafi sono risultati un po’ confusi, è perché ho bevuto per sbaglio un bicchiere d’acqua del rubinetto. Nonostante ci avessi già provato, non mi sono ancora abituato. Ho passato un giorno coi crampi allo stomaco, la febbre alta e mi si è gonfiata la pancia come a un bambino del Biafra. Purtroppo per il nostro editore però sono ancora in piedi, quindi niente diritti di pubblicazione. Se tutto va bene, questa saga del sud-est asiatico è conclusa. Grazie di cuore e ci vediamo dall’altra parte.

P.S. Il venti aprile ci sarebbe l’inaugurazione di una mostra collettiva in una galleria d’arte. 420 è un codice che i ggiovani nordamericani usano per ritrovarsi a fumare erba verso le 4.20 di pomeriggio, e in generale indica lo stare insieme a scopo ricreativo. Se prestate attenzione ai nomi troverete una piccola sorpresa.

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Agognate povertà #3

by michelebarbaro

Su due città e uno spazio

Di Tommaso Capecchi

In questi giorni sto frequentando due città, per due motivi diversi. Le città sono: Arezzo e Prato. Da Arezzo ci arrivo da Firenze, da Prato anche.

Tutte e due si uniscono alla patria vertebra dell’autosole. Che schifo; se fossi una lepre o sarei adriatica o tirrenica. Ma potrebbe andare peggio, magari non potrei nemmeno arrivare alla spiaggia. Era meglio l’epoca di etruschi o fenici, in caso si fossero incontrati. Ma sono un uomo o presunto tale e quindi, come dice un mio grande maestro di vita: “sono una cosa che fa ridere”; sbaglio, non mi accollo il problema, e continuo a sbagliare. La moltitudine di errori si confonde con intelligenza. O forse è proprio quella.  Leggi il seguito di questo post »

Agognate povertà #2

by michelebarbaro

 

Di Tommaso Capecchi

Londra si prende la compagna

 

Ci dovevo andare per incontrare Bridget Baker e festeggiare il compleanno di una persona.

Bridget Baker, questo è il sito: conoscere persone come lei aumenta la fiducia nell’intelligenza dell’umanità. Il rischio più grande che un uomo può correre prima dell’amore. Leggi il seguito di questo post »

Euro-Pinoy Jazz Concert 2014

by michelebarbaro

Originally posted on mestolate:

Rocco Hunt ha vinto Sanremo giovani con un pezzo mediocre, di cui tutto il possibile l’ha già detto lui. La notizia buona è che non è un pezzo sull’insonnia, pedaggio che apparentemente deve pagare chiunque registri un disco rap. La notizia migliore è che se chi dice di essere underground vince Sanremo, oltre a fare ridere, significa che questo genere corroso sta per passare nuovamente di moda.

Un’altra cosa è che sono andato a sentire Nguyên Lê con un quintetto jazz. Nguyên Lê io lo conosco principalmente per essere un chitarrista franco-vietnamita della madonna e per le cover di Jimi Hendrix.:

Gli altri non li conoscevo, ma per dovere di cronaca andateveli a cercare qui, perché a noi della cronaca non ce ne fotte nù cazz, sempre per citare Rocco Hunt. Il concerto era organizzato dall’European Union National Institutions for Culture (EUNIC), probabilmente per l’attenzione dei…

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Frattaglie Filippine #6 – Di puttane soldi

by mestolate

Fun fact: il Giappone è (ancora) la seconda potenza economica mondiale, dopo gli Stati Uniti (che sono, ancora, i principali contribuenti all’inquinamento globale – non chiedetemi le fonti che non me le ricordo e magari me le sono inventate, ma tanto ogni fonte, in quanto sorgente, è sotterranea e quindi relativamente inindividuabile). Leggi il seguito di questo post »

Frattaglie Filippine #5 – Cockfighting

by mestolate

In un mirabile saggio sul combattimento di galli a Bali, Clifford Geertz pone prima l’attenzione sul fatto che, come tutti sapete dall’avvento della connessione a banda larga, in inglese si usa la stessa parola per “gallo” e per “cazzo”. Dopodiché l’antropologo interpreta il combattimento di galli balinese come esposizione delle tensioni sociali all’interno di una comunità di uomini che si identificano con il proprio gallo (aka cazzo), un gioco di riequilibrio delle parti attraverso una lotta traslata e che rimane, tutto sommato, un divertimento. Le scommesse, infatti, non fanno che aumentare il rischio ed enfatizzare il simbolismo legato a questa pratica. Con queste premesse mi sono recato, con colpevole ritardo, ad una delle principali arene di Manila, fondata nel 1903, “La Loma Cockpit”.

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Agognate povertà #1

by michelebarbaro

di Tommaso Capecchi

GENT.MA SUPERFICIALITà

Le molte informazioni che mi erano giunte su quella storia erano state filtrate dalla tv nazionale italiana, pubblica e privata, e da qualche discorso ascoltato da qualcuno o qualcuna. Non ricordo bene chi fossero queste persone, non ricordo bene nemmeno cosa fosse quella storia, quella geografia, quell’ ingorgo vorticoso di tempi e cortocircuiti, adagiati su fatti storici che ci ri-guardano. Adagiati sulle produzioni soddisfatte o meno,  che l’ Occidente mondiale in senso politico ha saputo ben premeditare, confezionare in buona maniera e lasciare sconfiggere da una natura più semplice.

Sarajevo museo di storia

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Diari Scozzesi #3

by michelebarbaro

Scrivo dall’aeroporto di Malpensa. Terminal 2, quello dei voli economici. Appena uscito da una costretta cabina in plexigas, area protetta per fumatori. Per la prima volta da quando questi diari esistono, scrivo non dalla terra che mi ospita (prima Canada, ora Scozia) ma dal posto che per me è casa, Italia. A dire il vero, ho già passato il controllo della dogana, quindi non so bene se ufficialmente sia ancora in Italia. Un pannello al neon mi informa che fra un’ora e trenta il mio aereo partirà per Edinburgh. 

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Frattaglie Filippine #4 – Frattaglie anarco-Balinesi

by mestolate

Quando Monti disse che il posto fisso è monotono stava in realtà evidenziando un aspetto sottocutaneo della crisi che nessuno ha il coraggio di tirare fuori, ovvero: non dobbiamo più preoccuparci della pensione. Il nostro stile di pensiero è cambiato, la qualità della vita è tornata ad abbassarsi e noi non dobbiamo far altro che programmare di crepare prima di finire qualsiasi tipo di lavoro. Oppure non lavorare mai, che è sempre l’opzione migliore e che è del resto agevolata dal fatto che questa monotonia porti con sé il decadimento della maggior parte dei diritti conquistati dai lavoratori dal secondo dopoguerra in poi. Siamo finalmente liberi dalla prospettiva di dover lavorare sodo prima di poterci godere un meritato riposo: l’unico riposo meritato sarà già in una cassa di legno qualche metro sotto terra.

Forse spinti da questa intuizione collettiva, ho trovato un sacco di disperati a Bali. Persone che, pur credendo di esplorare il mondo e conoscere se stessi, hanno già la morte negli occhi, e io gliel’ho letta in faccia. Tutti in fuga da un lavoro fisso e ben pagato (provenienti dal Nord Europa), dall’assenza di esso (Europa meridionale) o puri figli di papà (Americhe), spesso hanno mollato fidanzati e appartamenti senza pensarci due volte. Da allora viaggiano da soli, per un anno o due, attraverso tutti i paesi del Sud-est Asiatico che un lavoro freelance online gli permette di visitare (io dopo una settimana da solo con lo zaino sempre bagnato dalla pioggia già non ce la facevo più). Sembrano fatti con lo stampino, sono tutti fissati di trovare un posto privo di turisti ma si trasferiscono in quello che è un faro del turismo da spiaggia, invece di ricercare l’autenticità nel luogo in cui si è nati e cresciuti. Praticano yoga, credono di trovare se stessi o un contatto con la natura e la semplicità locale (in un paese dove la pornografia è illegale e ti danno venticinque anni per una canna), ammaliati da incensi e vestiti colorati mentre a casa propria non vanno neanche alla Messa di Natale.

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Molti fanno volonturismo, che è il risultato del fatto che la cooperazione allo sviluppo non funziona. O meglio, funziona eccome, come strumento di marketing e propaganda politica sovranazionale. Il suo problema principale è che nessuno vuole sputare nel piatto in cui mangia e quindi l’unica forma di controllo sta nella buona volontà dei partecipanti, che come criterio principale non basterebbe nemmeno per un’associazione condominiale. La soluzione? Utilizzare questi strumenti per creare solidarietà tra i popoli e promuovere l’abbattimento di qualsiasi tipo di frontiera o di divisione sociale. Far fruttare questi soldi buttati per instillare nelle persone il disgusto verso chi ci controlla e chi impone la propria influenza con un sorrisino per rincorrere un sogno di egemonia. In una parola, anarchia.

Australienazioni #1. Di quella volta che andai a vedere i Kvelertak a Brisbane, e invece.

by mestolate

AUSTRALIENAZIONI  parla di me, che vivo nella terra del domani, nel paradiso realizzato, nell’estate permanente di un paese ricco in stipendi e figa - e NON MI DIVERTO. MI SENTO SOLO. NON ESCO. HO NOSTALGIA DI CASA E CASA E’ UN POSTO DEMMERDA CON TASSI DI DISOCCUPAZIONE DA REPUBBLICA DI WEIMAR.

Apro le danze con un articolo già edito, in forma leggermente diversa,qui.

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Abito nella Gold Coast, una specie di rotonda dalle dimensioni di una regione, con la spiaggia e i surfisti a dare un volto umano all’urbanistica dissolta – quartieri residenziali, aree verdi, centri commerciali, e strade giganti a unire e dividere gli uni dagli altri – che è il nostro futuro, che è il futuro ovunque. Continuo a chiedermi se ci sia qualcosa di davvero inquietante dentro questo ordine, o se sia soltanto la mia voglia di non adattarmi a guidare le mie lamentele e farmi rimpiangere la città intesa come spazio compresso di case, negozietti, monumenti,cazzi e mazzi. A nord, Brisbane ha una logica più volenterosamente urbana. E’ il bengodi dei miei sogni di coolness e dei miei progetti confusi di vita sociale – che, per me, si assommano in una realtà banalissima: i concerti.

Il 14 Settembre suonano i Kvelertak. Non sono il mio gruppo preferito, ma vale la pena vederli. Io, dentro la mia testa, vivo ancora a Santa Croce Camerina in Provincia Di Ragusa – se nei paraggi viene Roy Paci, c’è almeno un discreto dibattito sulla possibilità residua di andare al concerto. E quindi figurati se faccio lo schizzinoso: che a Brisbein suonino i veneratissimi Capsule, gli apprezzati Rolo Tomassi o i piaciucchiati Kvelertak poco importa: stanno tutti sulla stessa linea, appiattiti dalla fame di concerti di un provincialotto qual io sono. Quindi prendo il treno, pregustando il momento in cui chiamerò mio fratello durante il ritornello del singolone:

Il concerto è alle 20:00, sia benedetta l’Australia per i suoi orari dal volto umano. Ci metto un pochino a trovare il posto, e man mano che mi avvicino lo sciamare di metallari nelle vicinanze s’infittisce – c’è qualcosa che non va in loro, ma non riesco a inquadrare bene il problema. Faccio due passeggiate nei dintorni, valuto l’idea di mangiare e la scarto, mi piazzo davanti al cancello chiuso con un anticipo irrisorio.

Evidentemente (come mi hanno già fatto notare), la puntualità è uncool anche qui: il cancello è chiusissimo, e sembra che la situazione non debba sbloccarsi a breve. Mi siedo un po’, passeggio, mi sincero che l’entrata non sia altrove – spessissimo mi capita di non capire come entrare nei locali. Avrò visto centinaia di gruppi, ma vivo sempre lo spaesamento della prima volta. Non l’eccitazione, o il brivido della scoperta: giusto lo spaesamento. Il cronico attendere, il senso di inadeguatezza.

E sono solo. Qui è buio, c’è un tizio male in arnese seduto su una panchina. Mi mette una certa tristezza, più che inquietudine – dopo un attimo realizzo che sono nella stessa situazione. Andare da soli a un concerto non è come andare soli al cinema: lì il buio e la visione ti schermano dalla necessità delle relazioni umane; i concerti, al contrario, sono pieni di buchi in cui, se non bevi non parli con qualcuno e non hai lo smartphone, ti senti stranissimo. Poi certo, puoi chiacchierare con la gente, fare nuove amicizie. Io non sono il tipo. Quindi rifletto sulla mia solitudine, sul mio girovagare e sedermi e rialzarmi: mi accorgo che la distanza tra il centro della società e i suoi margini puzzolenti è infinitesimale. Basta un passo. Fossi con un’altra persona, tutto andrebbe come si deve. Visto che sono solo, io sono quel tipo che sta seduto sulla panchina, sono il barbone che lecca gli angoli sporchi, sono il pazzo del paese che ciondola con un sorriso ebete. E più faccio caso alla mia situazione più la peggioro, agendo in modi incomprensibili e inquietanti o ridicoli. Un tizio che lavora nelle vicinanze mi apostrofa, un po’ confuso dal mio passargli e ripassargli davanti. Dei ragazzotti che fumano sulla balconata del parcheggio, sopra di me, biascicano qualcosa a tutti i passanti e quando mi vedono sbraitano un paio di FUCK OOOOOFFFFF. Capisco che la mia solitudine trova una collocazione solo se mi siedo ad aspettare alla fermata dell’autobus: in quel contesto tutto prende improvvisamente significato.

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Aspetto e aspetto. Non si vedono metallari in giro. Anche questo si somma al complotto che il sociale sembra tessermi attorno: com’è che tutti sanno cosa fare, come comportarsi, e io no? Finché, a un certo punto, il locale apre. Ma nessuno fa la fila. Decido di chiedere lumi ai tizi che stanno allestendo la biglietteria. “Ma il concerto dei Kvelertak?” “Heavy Metal?”, mi chiede il tizio mimando una chitarra come fece il presidente di commissione alla mia cerimonia di laurea. E a quel punto trovo un senso a tutto. Collego i puntini. Capisco.

Capisco perché così tanti metallari avessero già la maglietta dei Kvelertak alle 19:30.

Capisco perché così tanti metallari andassero in direzione opposta alla mia. Stavano sbagliando strada? Cercavano da mangiare? NO.

Capisco perché i tour bus se ne fossero andati dal posto. Stavano cercando un parcheggio più comodo? NO.

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“Il concerto era oggi pomeriggio alle Cinque. Alle 20:00 finiva. Ora c’è la discoteca”. Ah. Me ne vado con le pive nel sacco, mangio un hot dog e cerco la stazione. Arrivo quaranta minuti prima che arrivi il treno, e – ennesimo fallimento in una serata di fallimenti in una vita di fallimenti – passo i tornelli con tragico anticipo. Per fortuna, al binario non sono solo: una ragazza carina, capelli tinti di blu, mi chiede della mia t-shirt di CorpoC. parliamo un po’: lei è stata al concerto dei Kvelertak (!!!), io le elenco i miei errori e le chiedo del concerto. “Ti racconterò tutto: abbiamo un sacco di tempo prima di arrivare alla Gold Coast!”. Forse, dopotutto, la vita non è una merda.

NON E’ VERO. Passo quei quaranta minuti da solo, andando avanti e indietro lungo il binario. Il tizio della security si insospettisce e comincia a chiedermi cose. Non capisce come mai non prenda nessun treno, e sospetta che io voglia buttarmi di sotto. Quando finalmente prendo il treno e arrivo a Helensvale non ci sono più bus. Tento il colpaccio, per risparmiare i soldi del taxi: vado a Southport sperando di trovare un urbano da lì. Ma sbaglio fermata e scendo fuori paese: devo camminare nello stradone, al buio. Perdo l’ultimo bus e aspetto per mezz’ora un taxi. Un ubriaco mi mostra il culo, un’ubriaca piscia dietro la panchina. La vita è una merda, fanculo alla vita di merda.

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