KEPLER 452-b

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“Kepler-452b è la cosa più simile che abbiamo a quella che qualcun altro potrebbe chiamare casa” 

– Jon Jenkins, Kepler data analysis lead at NASA’s Ames Research Center in Moffett Field, California

 

Passeranno centinaia e migliaia di anni. La tecnologia partorirà totem tecnologici che ridefiniranno il concetto di umano. Alluvioni, guerre e carestie dimezzeranno la popolazione. Alcove e laboratori la moltiplicheranno. Ed un giorno, dopo tutto questo, un figlio dell’uomo, forse, chiamerà Kepler-452b casa.

L’orizzonte dell’umanità, ieri, 23 luglio 2015, si è allargato di 1440 anni/luce. Il lungo viaggio di Ismaele, interrottosi contro il capo duro d’una balena, riprende. I porti non saranno più le lerce cittadine di Bedford o Nantucket, ma le basi di lancio di Cape Canaveral, Florida, o Vostochny, Siberia.

Un giorno, fra mille anni, i figli dell’uomo festeggeranno il 23 luglio 2015.

www.callmeishmael.net riparte, il viaggio lo stesso, ma la sentinella non guarderà più mare, ma cielo.

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L’Europa e le Stampe Giapponesi

Di Martino Cappai 

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Breve introduzione al rapporto tra le stampe nipponiche e l’arte occidentale

Dallo scorso ottobre sino al 18 gennaio il Gran Palais di Parigi ha dedicato una grande retrospettiva a quello che sicuramente è l’artista giapponese più conosciuto e influente del XIX secolo, Katsushika Hokusai (1760 – 1849). Continua a leggere

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Agognate Povertà #6: Un Giorno

In mattinata avevo appuntamento con un uomo che portava vesti d’avvocato. Mi recai da lui perché ero stato oggetto di una truffa. Mi tranquillizzò, chiedendomi se avevo mai visto “Striscia la notizia”. Potevo avere in tasca qualcosa ma non ce l’avevo; decisi così di vivere l’avventura. Quel giorno compiva gli anni una persona a me molto cara. Così passai dal fioraio, ove oltre a lasciargli un libro che trattava una particolare visione del mondo e delle relazioni, gli presi un fiore. Il fiore aveva due bocci e un gambo; prima dei bocci si diramava per pochi centimetri in due. I bocci non erano ancora fioriti ed erano di colore arancio. Continua a leggere

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2014

mestolate

psycho_tropical_berlin_2013Il mio 2014, come da copione, è stato una merda. Diviso e sgretolato in tante parti, mi sveglio a gennaio con trenta gradi circa, dopo una notte passata al quattordicesimo piano di un palazzo di New Manila a guardare i razzi che quasi raggiungevano la finestra esplodendo in mille scintille rosse. La sera prima parlavo di un concerto punk di beneficenza a favore dei pitbull, pitbull utilizzati in combattimenti di cani clandestini.

Accompagnandomi in là di qualche settimana con una serata hip hop / metal al Tomato Kick di Timog Avenue, serata finita tra pianti e sommosse, e serate passate in casa tra pianti e scommesse, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece poi non lo è stato.

Ho ascoltato “Their satanic majesties” dei The Brian Jonestown Massacre per la prima volta, o forse non era la prima volta, la canzone Anemone ancora mi rimbalza nel cervello e non…

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2014/2

mestolate

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Gennaio, in Australia, è il cuore dell’estate, e il villaggio del Campus è quasi deserto. Circondato dalla quiete, io sono l’unico col cuore in gola. Mi sveglio, sento voci al piano di sotto, e mi riempio di paranoia: nella confusione della veglia, per qualche secondo, immagino scene da film d’azione: io che mi nascondo negli angoli, esco dall’ombra e taglio la gola ai sicari.

Questo perché sono in subaffitto. Un mio ex-coinquilino mi ha lasciato la sua stanza dicendomi che avrei trovato la chiave sotto il tappeto. Arrivato all’alba, dopo un viaggio di 25 ore, mi accorgo che non c’è nessun tappeto. Da lì in poi rimbalzo tra il silenzio estivo del villaggio e la mia paranoia: l’amministrazione è incredibilmente aggressiva, cercano di spillarti soldi per qualsiasi scusa. Non oso immaginare la multa che beccherei se scoprissero che sono senza contratto; per vari scherzi del destino, le chiavi elettroniche che…

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CLOB Episode #03 POPES

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni settimana, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso. Nel terzo episodio si parla di Papi: POPES, Extra Omnes.

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CLOB Episode #02 EXPLOSIONS

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni settimana, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso. Nel secondo episodio si parla di ordigni: EXPLOSIONS, “…priva di parassiti, e malattie” I. Svevo, La coscienza di Zeno

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di | 11 dicembre 2014 · 00:09

CLOB Episode #01 SPACE

Clob è contenitore di video presi disordinatamente da internet. Il progetto è chiaro: ogni lunedì alle 19.30, tre minuti di immagini, categoricamente tratte da internet, montate seguendo il filo conduttore di un tema ben preciso.

Nel primo episodio si parla di spazio: SPACE, can you cry in space?

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di | 1 dicembre 2014 · 01:00

I fantasmi del Kantō


di Martino Cappai Porto di Yokohama, Anno domini 2016, 12 Luglio. Sono le 22:38, l’estate giapponese è una sauna totale, continua, de…

Sorgente: I fantasmi del Kantō

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I fantasmi del Kantō

di Martino Cappai


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Porto di Yokohama, fine XIX secolo.

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Giappone,
Kanagawa, Kawasaki, Takatsu.
Anno domini 2016,
12 Luglio.

Sono le 22:38, l’estate giapponese è una sauna continua, devastante! L’umidità al 300% ti toglie completamente il sonno, le energie, i riflessi. Ti svuota i muscoli, ti rende un cefalopode. Le mie uniche compagnie sono queste stupide zanzare che ormai hanno smesso di pungermi e mi ripagano con un po’ di ronzii sullo schermo del PC. Poi c’è la piccola abat-jour di Kanami, una 8 watt sferica in vetro bianco, dotata di tanti piccoli fori a forma di stelline che vanno a proiettare una debole galassia sul muro e sul tatami. “L’universo dentro una stanza”, giusto per ricordarmi che sono un granello di nulla nell’infinito del cosmo.
In lontananza, dalla finestra, si può scorgere il porto di Yokohama. Un enorme labirinto di banchine, moli, darsene, insenature e cantieri. E’ lui l’enorme motore portuale del Giappone. In esso vi confluiscono le portentose arterie navali che collegano la vecchia Cipango ai lidi di tutto il globo: Marsiglia, San Francisco, Vladivostok, Cape Town, Amburgo, Lima, Instanbul, Giacarta  e via discorrendo… Il gigante Yokohama non conosce riposo, se ne sta sdraiato di fronte alla Penisola di Bōsō, questo mega porto è come un gigantesco cuore pulsante affetto da una strana forma di tachicardia risalente ai tempi delle incursioni del Commodoro Perry, quest’ultimo apparso per la prima volta con le sue Navi Nere (黒船 Kuro Fune) il 14 luglio del 1853. Il suo obiettivo era quello di costringere  il governo nipponico ad aprire le proprie frontiere al mercato statunitense, per avviare anche in Giappone quel processo di omologazione ai diktat economici della grande finanza occidentale, il tutto sotto la minaccia di un bombardamento navale al grido di “o con noi o contro di noi“.

A proposito di alte temperature e di americani, mi sembra giusto ricordare che proprio qui nel Quarantacinque, dove ora sorgono questi avanguardistici palazzi tenuti freschi dall’aria condizionata, c’è stato un vero e proprio inferno a cielo aperto, i B-29 yankees ci andarono giù pesante, altro che Berlino! Quel demonio di Curtis LeMay preparò l’aperitivo all’atomica. Ossia ebbe la brillante idea di utilizzare per la prima volta le bombe incendiarie sui civili, quello che più comunemente conosciamo col nome di NAPALM. Il “piscio del diavolo”, come lo chiamava qualcuno, si riversò alla cieca sulle case dei mercanti, dei pescatori e dei contadini costruite principalmente in carta e legno di hinoki. Tutta l’area a Sud-Est di Tokyo divenne un enorme altoforno a cielo aperto, la reggia di Abaddon, un enorme girone dantesco di cadaveri carbonizzati e demoni danzanti. La dieta LeMay era composta da una prima dose di 47.700 tonnellate di bombe per il mese di luglio, andando a crescere nei mesi successivi sino ad arrivare ad un massimo di 115.000 tonnellate e mantendo questo regime sino alla fine della guerra.
Mi chiedo dove stia ora l’anima dannata del Generale LeMay, dato che per mostri come lui non c’è stata alcuna Norimberga, mi auguro che Dio se ne sia fatto carico restituendogli il brodo caldo e la pentola rovente per il solo fatto di non aver rispettato i morti, per aver continuato a martoriare i cadaveri ad oltranza, per il “Res Sacra Miser” a lui sconosciuto.

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Bombardamento americano di Yokohama, 1945.

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Comunque l’importanza di Yokohama è sopravvissuta all’inferno bellico, passando in poco più di un secolo dall’esportazione della preziosa seta nipponica alle nanotecnologie delle Sony. Tutt’oggi continua ad essere il grande cuore pulsante del Sol Levante, il suo porto affacciato sul Pacifico non smette di lanciare le proprie navi verso le orbite oceaniche, il brulichio di navi cargo di ogni fattura e dimensione è praticamente incessante. Osservando dal lontano quest’immensa area portuale si può notare come le sue forme vengano deformate dai vapori delle ciminiere, dal caldo e soprattutto dall’umidità oceanica.
Ma tornando al mio inferno privato… io e la mia carcassa continuavamo a starcene in mutande e canotta, fermi, impassibili; non un tendine in tensione, non un muscolo fuori posto. Meduse sulla battigia. Alla mia sinistra c’era la vecchia cagna Himè, ma non va considerata come una vera e propria compagnia. Il caldo l’ha praticamente mummificata, sembrava lì lì per tirare le cuoia, aveva la lingua di traverso, sbavava e sbuffava dal naso senza mai aprire un occhio. L’importante era che continuasse a respirare. L’umidità è una brutta bestia, la si combatte con l’immobilità, pregando il vento e risparmiando sudore. Solo gli occhi hanno il permesso di muoversi, questo le lucertole lo sanno bene.
In tutta questa canicola avevo tra le mani una raccolta di poesie del ‘39 di Dylan Thomas, mentre mi trovavo assorto in queste letture la scaletta musicale di YouTube passò un bellissimo album chiamato “Ocean Songs” dei Dirty Three, mi accorsi che il violino distorto di Warren Ellis andava a nozze con le profezie poetiche che stavo leggendo.
Ero talmente preso dalle saette visionarie di D.Thomas che… amici miei… vi giuro… tra afa, zanzare impazzite sullo schermo, dolori alle gambe, sudore, sviolinate elettriche, suggestioni poetiche e stelline sui muri ho visto un’ombra materializzarsi tra la finestra e l’armadio a muro! La prima cosa che il cervello mi ha consigliato è stata: “caro mio quello è il volto di Dio!”, esatto proprio lui: “The Big One”! Era proprio il suo vecchio musone cotonato, lo stesso affrescato da Masaccio nella Trinità di Santa Maria Novella.“E’ fatta – mi son detto tra me e me – il caldo mi ha mandato in cortocircuito la centralina! caro mio, sei trasceso, sei arrivato al satori senza meritartelo”; a quel punto mi alzai, corsi a rinfrescarmi la faccia e a bere un sorso d’acqua, per poi andare a prendere una boccata d’aria in terrazza. Mentre mi trovavo assorto a contemplare l’infinito dell’Oceano Pacifico, i miei pensieri ripiegarono verso le vecchie letture: pensai al dolore degli ultimi giorni del Rimbaud sifilitico. Lo rividi avvolto tra le lenzuola bianche del suo catafalco, il suo ginocchio destro in cancrena avanzata, potevo contare le mosche sul marcio della gamba… era di fronte a me il vecchio Arthur! compagno di croce! Quasi lo toccavo, era lì che delirava tra il caldo torrido del deserto d’Etiopia. Erano immagini nitide, chiare, frame cinematofrafici ingranditi. Potevo sentire persino le sue bestemmie, il suo francese provinciale, gutturale, urlato al cielo da quella barella di stracci e pulci. Era una lettina costruita alla meno peggio da quella manciata di negri, suoi amici, gli stessi che si stavano preoccupando di trasportarlo in spalla per il suo ritorno in Europa. Si davano un gran da fare per farsi largo tra le assolate distese di polvere, sassi, rottami e sterpaglie che coronano il nulla d’Abissinia. Il nulla della via.

«La mia giornata è compiuta; abbandono l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno. Nuotare, pestare l’erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come un metallo bollente, – come facevano quei cari antenati intorno ai fuochi. Ritornerò, con membra d’acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell’oro,  sarò ozioso e brutale. Le donne sono piene di cure di questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo! Ora sono maledetto, ho orrore per la patria».
                                                     Arthur Rimbaud, Una Stagione all’Inferno, 1873.

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Hugo Pratt, Lettere dall’Africa, 1996.

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Pelle Bagnata

di Martino Cappai

 

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L’Oriente di Ezra Pound

Un viaggio alle radici dei Cantos: tra musica e poesia orientale.

 

di Martino Cappai

 

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 “Formica solitaria da un formicaio distrutto.
Dalle rovine d’Europa, ego scriptor.

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Cronache dal Cairo

Per un periodo considerevole la mia ossessione è stata il tempo. Il tempo inteso come sequenza di istanti, che volevo vivere fino all’ultima goccia. Esserne protagonista, dominare il tempo. Avere coscienza e controllo della scelta di istanti che faccio.
Di colpo questo meccanismo si è rotto.
Negli ultimi mesi ho calcolato che in una mia giornata tipo passo dalle 3 alle 4 ore a pensare di ammazzarmi. Ho imparato a conviverci, a lasciare questo pensiero in un angolo della mia testa e far finta di sorridere mentre continuo le mie attività normali, ma è sempre lì, presente.
Dormendo circa 7-8 ore al giorno, posso dire che passo all’incirca 1/5 del mio tempo di veglia a pensare al suicidio. E non al suicidio come disquisizione filosofica, ma alla maniera in cui potrei farlo, con quali mezzi, a domandarmi se sparandosi nell’orecchio si sente un rimbombo forte o se si sviene prima di piantarsi una lama in pancia e aprirsi a metà. Quando dormo mi capita di sognare di mangiare del vetro.
Dicono che pensare al suicidio sia più che naturale. Camus lo definiva “l’unico problema filosofico veramente serio”. Ricordo un libretto satirico che avevo letto da ragazzo, che descriveva i principali modi per suicidarsi, per cui il peggiore era raccomandato a chi stava in cella: prendere la rincorsa e caricare forte la testa contro le sbarre.

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Non so se vi è mai capitato di camminare per strada in mezzo al traffico ed immaginarvi ad ogni macchina che passa il vostro corpo inginocchiato, la testa protesa contro l’asfalto e una ruota che vi passa sopra, facendovi schizzare fuori il cervello come un lupino.
Se anche voi la pensate in questo modo, non vi sarà facile attraversare il traffico del Cairo. Con quasi 20 milioni di abitanti nell’area metropolitana, il Cairo è la città più popolata del continente africano subito dopo Lagos, Nigeria, uno dei posti al mondo che vorrei assolutamente visitare.
Lo smog ti fa tossire. L’aria è pesante, fatta di polvere e sabbia.
Un ragazzo balla sul cofano di una macchina in corsa per festeggiare un matrimonio.
Due uomini litigano per un tamponamento, si crea un capannello di gente. Uno fa finta di prendere il cric, ma poi lascia perdere e torna in macchina.
Per attraversare la strada bisogna correre disperati, mentre carretti trainati da cavalli e uomini con si destreggiano senza problemi in mezzo al traffico.

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Come prevedibile, il clima politico che si respira in questi giorni non era dei migliori. Dopo la caduta di Mubarak, la fermata della metro che prima portava il suo nome è stata cambiata in “I martiri (della rivoluzione)”. La città è piuttosto militarizzata, gli arresti temporanei possono essere prolungati fino a un massimo di 15 giorni (ma già abbiamo visto che questo limite può essere oltrepassato). Barricate con filo spinato giacciono a bordo strada in piazza Tahrir, dove il traffico viene rallentato ogni sera con dei piccoli posti di blocco.

Uno s****o in borghese ci si piazza per due giorni nell’albergo dopo aver fatto amicizia con una nostra collega. E’ in borghese, non è molto preoccupante, ma dorme e mangia in una camera singola a spese nostre e non possiamo mandarlo via.
Un altro compare ogni tanto, ci chiede dove andiamo, sorride e se ne va. Quando ci si muove in un gruppo organizzato bisogna richiedere un permesso alla polizia turistica. Un funzionario in completo beige e camicia bianca, con la pistola infilata dentro ai pantaloni, ci segue per tutta la giornata. Appena atterrati abbiamo visto personaggi simili ai lati della strada che porta verso l’aeroporto, guardie speciali per la visita del re del Bahrein.

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La spazzatura in città è dappertutto. Tantissimi gatti e cani randagi ci sguazzano dentro. La prima sera ci viene il mal di testa a causa dei clacson delle macchine, unica vera fonte di segnaletica stradale. Due ragazzini si aizzano contro dei cani per gioco con un bastone di gomma. L’indomani, mentre camminiamo, un bambino grida qualcosa al nostro indirizzo e agita un coltello. Lo ignoriamo.

La sera in strada si vedono principalmente uomini giocare carte e fumare il narghilè fuori dai bar. Quasi come a Montevecchia. Non è raro vedere donne non velate e non è impossibile vedere coppie che camminano mano nella mano, ma la denuncia per atti osceni in luogo pubblico è sempre dietro l’angolo, così come la pena di morte per possesso di hashish, mentre in realtà si può fumare agevolmente. Tutto lascia presupporre che ci siano tanti strumenti per darti fastidio, appena qualcuno li voglia utilizzare.

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Tra i pochi posti con una licenza per vendere alcolici, ci sono gli alberghi. Spesso bisogna aspettare in fila per l’ascensore prima di poter salire all’ultimo piano di un albergo, per bere e fumare in terrazza. Per accedere ai club della società bene, una selezione all’ingresso proibisce addirittura di indossare un velo troppo coprente.
Un bar popolare nel centro, forse l’unico, vicino a piazza Tahrir, si chiama El Horreya. Horreya significa libertà. I baristi sono due o tre, uno molto scorbutico, uno molto simpatico, o forse è lo stesso che assume atteggiamenti diversi a seconda dei momenti e della serata. Passa per i tavoli allungando bottiglie di birra, se decidi di prenderla il cavatappi è già agganciato e la birra si stappa. Le bottiglie non si ritirano prima della fine: si paga per ogni vuoto rimasto sul tavolo, e non c’è nessuna difficoltà di imbarazzo nel chiedere la mancia.

Le piramidi nella piana di Giza sono uno spettacolo grandioso. Uno di quelli che ti aprono il cuore alla vista. Mentre visitavo il museo egizio, mi sono reso conto di starmi trovando all’interno di un gigantesco cimitero. Quasi tutti i reperti esposti nel museo sono strettamente legati alla morte e alla sepoltura. La piana delle piramidi è un cimitero di tombe. La maschera di Tutankhamen, il faraone bambino con disturbi congeniti dovuti al matrimonio tra consanguinei, tra cui un piede equino e un alluce necrotico, estremamente più dignitosa della realtà. Gli occhi delle statue funebri sono fatti di cristallo. Fissano vitrei, un istante eterno.
Questione di punti di vista.

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Il collegamento che ho tracciato tra il tempo e la morte è la parola.
Le parole vanno pesate perché con il tempo diventano pesanti, come palle di marmo. Ti si ingrossano dentro, a valanga, e se lì rimangono, ferme in gola, ti strozzano. La mancata espressività causa una morte dell’istante. Se il tuo io viene annientato per un istante può potenzialmente essere annullato per tutta la serie di istanti che compongono la tua esistenza, che poi non è altro che la percezione del tuo essere nel tempo.
La mancata espressività inoltre cancella il ricordo. Il ricordo è l’appiglio che la tua percezione ha dell’istante di vita. L’unico appiglio. Senza ricordo non esisti. Senza parola non hai memoria, e non hai percezione. Sei morto. E di qui si torna in cima alla pagina.

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Frattaglie Filippine #8 – frattaglie malesi, timoresi & manileñe

[riflessioni]

Da poco più di tre anni, condivido un blog con un amico. A volte questo blog parla di musica, ma in realtà tratta prevalentemente del tempo. Tutta la musica in realtà parla di tempo, ed è tempo che scorre. La nostra vita che ci passa davanti agli occhi, e noi che cerchiamo di afferrarla prima del momento finale.
Quando ho iniziato a scrivere di musica, il tizio che mi ha spronato a farlo e per cui scrivevo all’inizio ha detto una cosa molto semplice. La musica è legata ai ricordi. Ogni canzone è legata a un momento particolare della nostra vita. Per esempio, quando era giovane la polizia l’aveva multato perché la sua macchina andava troppo lentamente, e in quel momento la radio passava una canzone dei Boston. Da allora, ogni volta che sente questa canzone si ricorda di quella situazione. Continua a leggere

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Spazi #3

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Kronake dal Kurdistan

Kronake dal Kurdistan


Meglio un buon nome al profumo.
E meglio il giorno della morte a quello della nascita.
Meglio entrare in una casa in lutto,
che in una dove si festeggia.
Perché lì c’è la fine dell’Uomo,
e questo porta alla riflessione.

da QOHELET (7: 1-2). Traduzione di Michele Barbaro

Il primo contatto con la cultura curda l’ho avuto da bambino, nel periodo in cui si richiedeva la liberazione di Abdullah Öcalan e allo stesso tempo nel mio paese si appendevano volantini di sostegno ad Antonella Ruggiero per il festival di Sanremo. Mi capitò di vedere al cinema il film “Lavagne”, che parla di un maestro che gira con la propria lavagna sulle spalle, alla ricerca di allievi nelle lande desolate tra Iran e Iraq, dove nessuno sa leggere né scrivere. Nei pochi sprazzi di fili d’erba che spuntano tra le rocce degli altipiani in cui sono stato, molto simili a quelli del film per quello che mi ricordo, la gente si siede a chiacchierare con copricapi scuri sotto al sole cocente. Ragazzini portano pecore o mucche al pascolo, un uomo prega in un campo davanti a una strada lunghissima che sembra condurre al niente. Continua a leggere

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Spazi #2

1 Commento

di | 5 febbraio 2015 · 11:26