Diari Scozzesi #1

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La valigia questa volta è più piccola. Venti chili e 40×50 cm di spazio dove mettere i miei vestiti ben stirati da mia madre. Per andare oltre-oceano (Canada) avevo portato con me il grande zaino di mio padre. Felpe e magliette termiche.

Un mese fa, quando son partito, alcuni amici mi hanno aiutato a piegar vestiti gessati e cravatte che non avevo mai indossato prima in vita mia. Il mio biglietto Ryanair, dice che in due ore sarò a Glasgow. Ad attendermi un autista che mostra senza particolare entusiasmo il cartello “Mr. Barbaro”.

Perché a distanza di un anno dal mio ritorno dalle Americhe, riparto per un nuovo lungo viaggio. Adesso è Scozia, adesso è un posto ben retribuito in una scuola privata scozzese, con le divise a scacchi e il tè servito durante i “briefing” mattutini, che qui si dice “Upper Class”.

Adesso è Dollar Academy, ed io a fare il professore di italiano e l’assistente di francese, nel dipartimento di Modern Languages.

Non ho nessun merito nell’avere trovato questo ottimo lavoro. Ma la fortuna d’avere un amico che un giorno, per caso, ricordandosi di un sogno che feci su di lui ed un pellicano, mi chiese se avessi voluto lavorare in Scozia per un anno, al posto suo. Ci misi poco a dirgli di si.

COLORI

Dollar è un paesino di mille anime e duemila studenti. Prati verdi, ovviamente, pecore libere al pascolo, ovviamente, castelli in mezzo a boschi. Dollar dista 40 minuti da Edinburgh e 9 miglia da Stirling. Queste son le terre di William Wallace, per intenderci. A Stirling c’è un vecchio ponte di pietra, dove, in un meno famoso 11 settembre, Wallace sconfisse gli inglesi. Quel ponte viene chiamato la porta del nord. Al di là del ponte le Highlands, terre che non amano gli uomini.

Prima delle lezioni, tutti gli studenti si ritrovano nella Hassembly Hall, piccolo teatro di legno della scuola. Il rettore ogni mattina, dal pulpito propone una sacra lettura, e poi insieme al corpo insegnanti e alunni canta l’inno della scuola. I professori portano una tunica nera, ed un giorno dal pulpito il preside ha presentato i nuovi professori. Tra i quali, io. Breve saluto, poi in prima fila a cantar l’inno della scuola. Che ovviamente non sapevo. In inglese ed in italiano è identico, playback.

Qualche tempo fa, son andato con un’amica scozzese a far giri da turista. Una delle tappe del tour domenicale è stata una piccola stalla. Tre mucche immobili ed un cartello di spiegazione: “queste son le mucche scozzesi, famose per le loro corna e per la qualità della loro carne”. Questo diceva il cartello. Qualche sparuto turista prendeva una foto accanto alle mucche impassibili.

Un professore di fisica della scuola è diventato presto un amico. In questo posto lontano dal mondo, è nuovo come me. Viene da Liverpool, ed ha vissuto gli ultimi 24 mesi della sua esistenza in Bhutan. Qualcuno chiama il Bhutan la terra della felicità, lui mi spiegava che non è così semplice.

Questo professore di fisica, che d’ora in poi chiamerò Mr. Green, suona la chitarra. Molto bene. Fra parentesi. Un vecchio pub di Stirling il mercoledì sera invita chiunque a salire sul palco e suonare ciò che gli pare. “Open mic Night”, qui si dice. Io e Mr. Green, decidiamo di partecipare. Nel pomeriggio abbiamo persino provato un paio di pezzi rap, in italiano, che ho scritto in una notte che pioveva. Il locale è vecchio ed in legno. La birra sa di torba. Buona. Il pubblico è composto solo da gente che vuol suonare. Quindi ognuno aspetta il suo momento ed non si cura dei 15 minuti di fama di quello prima di lui. Mr. Green suona canzoni sue, ed un paio di cover, Tom Waits e Justin Timberlake. Qualche applauso si perde nel locale. Dopo di noi, un uomo sulla sessantina, alto magro, vestito da donna e con il rossetto rosso, attacca la sua tastiera. Suonerà Bach per circa dieci minuti. Poi più nessuno si fa avanti.

IMPRESSIONI

Dollar si trova su quella immaginaria linea che separa le Midlands dalle Higlands. Io abito ai piedi di questa linea. Dietro di me estese pianure di prati al maggese, davanti a me colline brulle. La finestra della mia camera da sulle verdi colline. King’s Seat, il nome del promontorio più alto. Le nuvole sono basse e veloci, e la pioggia viene a va, e dopo un po’ nessuno ci fa più caso.

A volte mi capita di svegliarmi presto la mattina, e nella dormiveglia delle prime ore del giorno, scorgo il monte che sta fuori dalla finestra, e mi sembra di non esser mai andato via da casa mia, a Coccaglio, Brescia. Dove dal mio balcone vedo il monte Orfano, sicuramente meno suggestivo, ma di gran lunga più importante.

Ho visitato Castle Campbell, un vecchio castello che sta arroccato in mezzo alle foreste delle Highlands. Leggo che aveva un sistema di latrine e scarichi davvero avanzato per l’epoca. Leggo anche che una volta la regina si è fermata qui qualche giorno. Le stanze principali sono austere e le finestre piccole. Peccato, perché la vista è commovente. Quello che più mi stupisce però è una piccola prigione, scavata nella pietra, una botola senza luce. L’angusta cella è scavata a pochi passi dal trono, dove soleva sedersi il reggente del castello.

Non si può dir Scozia senza dir Whisky. La distilleria di Deanston produce, a quanto dice la giovane guida per l’ennesima volta, uno dei pochi whisky totalmente scozzesi ed eco-sostenibili. La distilleria sorge sulle rive di quello che è il terzo fiume più veloce di Scozia. Una volta era un cotonificio. Adesso nella grandi sale riposano più di trentamila barili di Scotch Whisky. Ogni barile costa alla distilleria 4000 sterline di tasse.

Qualche giorno fa camminavo da solo, sulla cresta delle colline selvagge. Nessuno lontanamente vicino a me. Solo vento, erba bagnata e pecore dalla testa nera. Mentre camminavo silenzioso, un falco è apparso di fronte a me. Per lunghi minuti siamo stati entrambi immobili. Lui in aria ed io in terra. Entrambi felici, almeno credo.

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