Frattaglie Filippine #3

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Bare sospese a Sagada

In sette mesi gli italiani che ho incontrato nelle Filippine si contano sulle dita di una mano. Quattro, cinque persone, tutte più grandi di me. Il primo, Francesco Marini*, barese, faceva il paparazzo. È venuto qui nei primi anni Novanta, si è sposato e ha aperto tre ristoranti, Ora è ricco, camicia hawaiana aperta che fa spuntare una catena d’oro, ma cena ancora guardando la RAI.

Una ragazza di Bologna vive qui col fidanzato italiano da pochi mesi. Lavora nel distretto finanziario di Makati, quello con tutti i grattacieli alti, pochi senzatetto e un traffico molto più silenzioso. Le ho parlato solo una sera dopo un concerto. Ci siamo scambiati i numeri di telefono ma non ci siamo mai richiamati.

L’ultimo italiano che ho conosciuto, che per ora chiameremo Matteo, era di Frosinone. Per ora, perché lui stesso si è presentato con questo nome, ma come ho appurato successivamente non era quello di battesimo. Scorrendo la lista dei visitatori di un museo infatti, ho scoperto che il suo vero nome era Venanzio, o qualcosa del genere. Il nome si addiceva perfettamente alla sua personalità da babbo colossale, ho pensato all’inizio, anche se forse dopo ho cambiato idea (sarà che in montagna la gente è sempre migliore). Lo vedo da lontano, che mi chiama perché qualcuno gli ha detto che sono italiano anch’io, polo col colletto alto, occhiali da vista Rayban a goccia, probabilmente originali, infradito e un sacchetto di plastica in mano. Non parla una parola di inglese, eppure viaggia da solo per un mese. Le prime due settimane dice che le ha sprecate a Manila, perso in qualche “distrazione”. Non si è mai mosso da casa prima del 2008, poi ha scoperto un collega che organizzava viaggi nel sud-est asiatico e si è accodato. Gli chiedo che lavoro fa, e mi dice che è in polizia. Probabilmente narcotici, presumo.
La sua famiglia non è mai uscita dal Lazio, pensano che lui sia un incosciente e deve inviare un sms al giorno per garantire che sta bene. È stato varie volte in Thailandia e in alcuni paesi limitrofi, spesso da solo, e io questa cosa la rispetto tutto sommato, ma è la prima volta nelle Filippine. Dice che vorrebbe visitare pure la Birmania, ma la frontiera terrestre con la Thailandia è chiusa ed è difficile procurarsi il visto in ogni caso, quindi: “Io aspetto una decina d’anni, che intanto ci sono tanti altri posti dove andare, e poi vedo se nel frattempo arriva la democrazia anche lì o la smettono di rompere le balle con sta burocrazia e cose del genere”. È sui trentacinque-quaranta. A un certo punto si ferma davanti a un negozio e mi chiede: “Cos’è il tofu?”. In pratica si vuole accollare al nostro gruppo per risparmiare su un ingresso, è insistente e fa ritardare tutti. Gli dico da dove vengo, vicino Arcore, e dichiara che tutti gli italiani sono stanchi di essere rappresentati così male all’estero, che non siamo tutti così scemi come i nostri governanti ecc.. Prima di salutarci, mi chiede se conosco lo spaccio di Armani a Cantù. Ha sentito dire che lì la roba costa meno e magari ci fa un salto se deve già venire da quelle parti. Non ne ho idea, rispondo. Ringrazia tutti per la compagnia (molto gentilmente, ma in italiano) e se ne va.

Per essere nelle Filippine fa molto freddo, sopra i mille metri la notte ci sono circa quindici gradi. Io aggiungo altre ore di viaggio a tutte quelle già trascorse, segnato dalla prima parola che abbia mai pronunciato: “pullman”. I miei occhi e pensieri si sono persi per un po’, sospesi tra le montagne a vagare per le risaie a terrazze.

* N.d.a. I nomi e i luoghi italiani citati sono frutto di invenzione.

Risaie a terrazze di Batad
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