Frattaglie Filippine #5 – Cockfighting

In un mirabile saggio sul combattimento di galli a Bali, Clifford Geertz pone prima l’attenzione sul fatto che, come tutti sapete dall’avvento della connessione a banda larga, in inglese si usa la stessa parola per “gallo” e per “cazzo”. Dopodiché l’antropologo interpreta il combattimento di galli balinese come esposizione delle tensioni sociali all’interno di una comunità di uomini che si identificano con il proprio gallo (aka cazzo), un gioco di riequilibrio delle parti attraverso una lotta traslata e che rimane, tutto sommato, un divertimento. Le scommesse, infatti, non fanno che aumentare il rischio ed enfatizzare il simbolismo legato a questa pratica. Con queste premesse mi sono recato, con colpevole ritardo, ad una delle principali arene di Manila, fondata nel 1903, “La Loma Cockpit”.

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Il colpevole ritardo è dovuto principalmente al fatto che avrei preferito assistere ad un combattimento più pittoresco in qualche remoto villaggio di contadini, ma per me il tempo sta iniziando a stringere. Due miei amici che hanno potuto approfittare dell’esperienza, raccontano che cinque minuti dopo aver lasciato l’arena un tizio ha sparato nel collo a un altro da distanza ravvicinata, compiendo una vera e propria esecuzione pre-elettorale. Dalla mia parte tuttavia ho il fatto di essere stato guidato, una domenica mattina, da un piccolo gruppo di amici tra cui un ex scommettitore accanito, che ha passato quasi due anni della sua vita in mezzo a quel frastuono di piume e polvere. Si paga un ingresso generale per entrare in un’area dove gli allenatori stazionano insieme ai propri polli, prima di scegliere personalmente l’avversario da affrontare. Intorno, siamo gli unici bianchi.

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A sinistra nella foto si può ammirare il classico banchetto mobile del gelato che può essere servito in mezzo a un panino da hamburger. Bleah!

Da lì si può pagare un prezzo ulteriore per accedere al bordo del ring, altrimenti si prosegue per salire sugli spalti. Il posto è relativamente pulito, e le tribune si affacciano sul quadrilatero di terra battuta dove i combattimenti si alternano senza sosta. Gli allenatori occupano i due lati opposti del ring, aizzando il proprio esemplare favorendo qualche beccata con una specie di “sparring partner” retto da un collaboratore. A questo punto, un gran chiasso inizia a risuonare nell’arena, dal momento che il pubblico ha modo di vedere i galli che si stanno per affrontare e decidere su quale puntare le proprie scommesse.

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Il meccanismo è semplice: ogni scommettitore (curiosamente soprannominato “Cristo”, ma nessuno ha saputo spiegarmi la connessione) cerca qualcuno che punti contro di lui, ovvero sul pollo rivale. Normalmente chi vince raddoppia la propria quota, ma se un gallo favorito viene sconfitto il capitale perso può essere maggiore della puntata. In pratica più di metà dei presenti si alza sulla sedia e agita le mani gridando e cercando di attirare l’attenzione di qualche sfidante. Bisogna stare attenti a fare gesti e incrociare sguardi in questo momento: ad esempio la mano aperta con il palmo rivolto verso l’esterno significa cinquanta pesos, se rivolto verso l’interno con la mano in orizzontale significa cinquecento, se rivolto verso l’interno con la mano in verticale significa cinquemila. Gli scommettitori ripiegano le banconote fino a formare piccoli cartocci e le lanciano verso i vincitori. A bordo ring, spesso i soldi che sfrecciano in aria sono nell’ordine delle migliaia.

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Chiuse le scommesse, il combattimento vero e proprio ha inizio. Ovviamente, per un gallo perdere significa morire. Degli speroni di diversi centimetri vengono applicati alle zampe dei volatili, che vengono rilasciati al centro del ring uno di fronte all’altro. A volte la lotta dura pochi secondi e si conclude con uno spargimento di sangue, a volte i combattimenti sono davvero artistici, con i due galli che si attaccano svolazzando uno sopra l’altro e si rotolano nella polvere fino allo sfinimento. Diverse volte ancora, i due neanche si considerano e beccano tranquillamente la terra per manciate di secondi, prima di scagliarsi all’improvviso uno contro l’altro. Una specie di arbitro, attento a non farsi rasoiare da scatti inattesi, acciuffa i due galli ogni volta che il combattimento stagna. Li risolleva uno di fronte all’altro, cercando di riattizzare il confronto, e li appoggia nuovamente al suolo. Il più delle volte entrambi i galli sono troppo feriti o stanchi per reggersi in piedi, ma alla fine uno deve prevalere sull’altro. Un addetto passa a spazzare il terreno dalle piume, mentre il vincitore si prende carico di cucinare lo sconfitto. Pochi secondi, e avanti il prossimo.

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Io non provo nessun rammarico per i galli, né un impulso primigenio che mi muove contro la crudeltà su di essi per pura distrazione. Non vuole essere questo l’interesse dell’articolo, per cui rimando ulteriori approfondimenti ad altre sedi. Piuttosto, quello che mi spaventa maggiormente sono le scommesse e il gioco d’azzardo in generale. O meglio, ciò che mi blocca è la paura delle interazioni, che vedo particolarmente intrise di rapporti di potere, nell’atto dello scommettere. Non mi sento per nulla a mio agio nel chiedere a qualcuno di mettere in gioco i miei soldi, e ancora meno nel chiedere le istruzioni per farlo. Mi sento ancora più osservato del normale, e un soggetto molto più sensibile a possibili stigmatizzazioni sociali. Detto questo, ho scommesso una somma esigua con un amico, prima di puntare altre due volte. Ho accarezzato un brivido più forte durante i combattimenti, nulla che c’entrasse con il gusto del macabro in ogni caso. Per la cronaca, ho vinto duecento pesos.

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