Frattaglie Filippine #7 – Frattaglie Conclusive

Tra qualche giorno torno a casa. Quando sono partito avevo appena compiuto venticinque anni, ora ne ho ventisei. Sono successe un sacco di cose dall’ultima volta: mi sono trasferito in una zona piuttosto periferica e ho finito di farmi prendere per il culo da gentaglia che naviga nel “business” degli aiuti umanitari come se fosse un business appunto.

Non è cambiato molto però: le blatte privilegiano sempre il pianterreno, la porta del bagno si tiene chiusa perché i topi potrebbero risalire le tubature nuotando e ho visto un piccolo serpente nero a lato della strada. In taxi è sempre meglio mettere la sicura alle porte perché quando si è bloccati nel traffico qualcuno potrebbe aprirle per derubarti. A volte però è il tassista che tenta di derubarti non mettendo il tassametro e bisogna saltare giù. L’altra sera nel bar qui di fianco una prostituta inveiva contro una concorrente, incitando il suo cliente a portarla immediatamente in un motel.

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Il mio ultimo giorno di lavoro prevedeva la presenza ad un summit che ho svogliatamente contribuito a organizzare. La mia diretta responsabile, con grande classe e nonscialanza, si è licenziata una settimana prima del convegno per buttarsi nel mondo del mercato immobiliare con una gran dimostrazione di impegno e valore alla causa: “dicono che quest’anno ci sarà un boom economico nel campo” – sob.

Il luogo e la data sono stati cambiati almeno cinque volte nel giro di due settimane, cosicché io dovevo continuamente ricontattare i relatori e avvisarli delle modifiche, finché alcuni, fiutato il tranello, si sono defilati e ci hanno lasciati scoperti per il terzo giorno di conferenze. Poco male, perché nel cuore della notte siamo stati svegliati da alcune decine di partecipanti sotto shock, derubati in albergo mentre dormivano, trasformando così la farsa in tragedia.

A questo punto ho finalmente potuto mandare in culo tutti quanti e me ne sono andato al mare, in un posto dov’ero già stato. Ritornare sui propri passi, con persone e in circostanze diverse, è sempre un ottimo modo per scoprire cose nuove e trovare prospettive differenti. Questa volta, dopo ore di autobus in mezzo alla foresta, sono capitato sulla spiaggia più bella che abbia mai visto:

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Non contento, subito dopo sono partito per Hong Kong. Sulla metro per andare in aeroporto, un signore mi si avvicina e si siede di fianco a me. Mi chiede da dove vengo e mi dice che è stato tre anni in marina a Gaeta, vicino Napoli, e ora fa il marinao. Continua a ripetermi che se mi avesse incontrato prima mi avrebbe sicuramente invitato a casa sua, e quando mi lascia per scendere dal treno mi dice: “Fai attenzione, conosci Manila…”, come se stesse parlando di una vecchia amica in comune.

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Appena arrivato a Hong Kong tutto mi sembrava molto tranquillo e taciturno. La notte si può camminare su dei marciapiedi veri e propri e non bisogna tapparsi il naso per coprire l’odore di fogna. Gli autobus a due piani sono veloci e silenziosissimi, e contribuiscono a non creare problemi di traffico. La seconda impressione però è stata: tutto questo è noioso e monotono.

La principale HK Island è per gente di un certo livello, coppie ricche di nazionalità diverse che mandano i propri figli in scuole bilingui. La gente non toglie gli occhi dal cellulare per un istante, tanto che nella metro i messaggi degli altoparlanti invitano a staccare gli occhi dallo schermo e fare attenzione mentre si cammina.

I territori circostanti ospitano luoghi di maggiore interesse, come piccoli villaggi di pescatori, il mercato della giada o il tempio dei diecimila Buddha (che non sono quelli della foto, ma si tratta di piccole statuette posizionate all’interno del tempio vero e proprio):

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Le prime tre notizie di un giornale in inglese, critiche verso la madre-terra cinese, erano degne di una storia di Chuck Palahniuk. La prima raccontava dei furti di organi nelle prigioni cinesi, la seconda riportava di un asilo in cui venivano somministrate medicine ai bambini in modo da non farli mai ammalare e pagare ogni giorno la mensa scolastica, e infine qualche pezzo grosso reclamava “la testa del sindaco di Pechino” se non avesse risolto i problemi di inquinamento della città.

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Mi spiegano che gli abitanti protestano sempre più spesso contro la crescente pressione cinese perché non vogliono cedere le libertà espressive di cui godono grazie al sistema de “Un paese, due sistemi”. Da qui si spiega l’astio verso il governatore di Hong Kong, letteralmente un “Chief Executive Officer”, eletto solamente da 1200 rappresentanti di corporazioni e la cui candidatura dev’essere supportata da un comitato elettorale economicamente e politicamente legato alla Cina.

Sono stato anche a Macao per un giorno. Macao è un posto pazzesco. Ex-colonia portoghese, conserva un centro storico bellissimo che però la sera si svuota. Più a nord, il confine terrestre con la Cina, da cui arrivano orde di turisti in bus, più a sud, il motivo per cui arrivano le orde di turisti: un’agghiacciante distesa di casinò dorati e pacchianissimi, per un giro di soldi superiore a quello di Las Vegas. Due isolette minori, collegate a Macao da un ponte, sono state unite tra loro sottraendo terra al mare per metterci più casinò, tra cui il famoso Venetian Hotel, un’aberrazione unica:

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Alla fine, per ultimo il viaggio più importante, quello a cui anelavo da tempo. Sono ritornato tra gli ex-cacciatori di teste, a quasi un anno di distanza, in un’altra tribù ma con un nome nativo. Buscalan, il villaggio dove vive l’ultima tatuatrice kalinga, è un posto bellissimo:

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Per arrivarci ci vogliono circa due giorni di viaggio, un’intera notte in autobus più qualche ora in jeepney. La jeepney strabordava di persone, saranno state cinquanta, in attesa nella lamiera rovente sotto il sole di mezzogiorno. Nelle province è sempre così, la partenza avviene quando il veicolo è pieno, ma quando sembra già riempito all’impossibile si aspetta un altro quarto d’ora per infilare l’ultima persona dove prima sembrava impossibile ci fosse spazio. Venti dentro, trenta sul tetto, più sacchi di riso, polli vivi legati sotto i sedili. La gente sulle montagne è splendida, sempre giovali e interessati a comunicare cose semplici ma intelligenti. Un tempo abbondava pure di resistenti armati comunisti.

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Dopo una notte di riposo si parte per qualche ora di cammino fino al villaggio. Se si sta svolgendo la cerimonia di semina o raccolta del riso, il sentiero è bloccato e nessuno può entrare fino al giorno dopo. Per qualche strano motivo, tutti hanno bisogno di fiammiferi, che chiedono ai turisti. Qualunque individuo di sesso maschile cammina con un machete appeso alla cintura. La guida dice che una volta una turista olandese si è offesa a morte perché le ha detto che le avrebbe fatto bene camminare, dal momento che il suo fisico non aveva propriamente la forma di una bottiglia di coca cola. Quel giorno ha imparato che altrove non è un complimento far notare a una ragazza che può permettersi di mangiare molto cibo. Aveva paura che non lo pagasse più.

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In realtà l’ultima tatuatrice ha insegnato a sua nipote come portare avanti il mestiere, per cui sono stato molto contento di lasciare spazio ai giovani e di farmi tatuare da una diciottenne, dato che la novantacinquenne Fang-Od era a lavorare nei campi. L’inchiostro è fatto con carbone preso dal sotto di una pentola, l’ago è una punta di legno di limone che viene battuta nella pelle con un bastoncino di bambù. I motivi richiamano principalmente caratteristiche di animali, ed erano un tempo usati per protezione o riti di passaggio.
Dopodiché si dorme su una stuoia per terra nella stessa stanza con la tatuatrice, la guida e un altro paio di persone. La notte i ragazzini vengono a bussare specialmente se ci sono ragazze che dormono. Il giorno dopo si scende e si torna indietro.

<p><a href=”http://vimeo.com/91902659″>Jeepney rooftop</a> from <a href=”http://vimeo.com/user19464496″>Federico Pozzoni</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Se gli ultimi due paragrafi sono risultati un po’ confusi, è perché ho bevuto per sbaglio un bicchiere d’acqua del rubinetto. Nonostante ci avessi già provato, non mi sono ancora abituato. Ho passato un giorno coi crampi allo stomaco, la febbre alta e mi si è gonfiata la pancia come a un bambino del Biafra. Purtroppo per il nostro editore però sono ancora in piedi, quindi niente diritti di pubblicazione. Se tutto va bene, questa saga del sud-est asiatico è conclusa. Grazie di cuore e ci vediamo dall’altra parte.

P.S. Il venti aprile ci sarebbe l’inaugurazione di una mostra collettiva in una galleria d’arte. 420 è un codice che i ggiovani nordamericani usano per ritrovarsi a fumare erba verso le 4.20 di pomeriggio, e in generale indica lo stare insieme a scopo ricreativo. Se prestate attenzione ai nomi troverete una piccola sorpresa.

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