Cronache dal Cairo

Per un periodo considerevole la mia ossessione è stata il tempo. Il tempo inteso come sequenza di istanti, che volevo vivere fino all’ultima goccia. Esserne protagonista, dominare il tempo. Avere coscienza e controllo della scelta di istanti che faccio.
Di colpo questo meccanismo si è rotto.
Negli ultimi mesi ho calcolato che in una mia giornata tipo passo dalle 3 alle 4 ore a pensare di ammazzarmi. Ho imparato a conviverci, a lasciare questo pensiero in un angolo della mia testa e far finta di sorridere mentre continuo le mie attività normali, ma è sempre lì, presente.
Dormendo circa 7-8 ore al giorno, posso dire che passo all’incirca 1/5 del mio tempo di veglia a pensare al suicidio. E non al suicidio come disquisizione filosofica, ma alla maniera in cui potrei farlo, con quali mezzi, a domandarmi se sparandosi nell’orecchio si sente un rimbombo forte o se si sviene prima di piantarsi una lama in pancia e aprirsi a metà. Quando dormo mi capita di sognare di mangiare del vetro.
Dicono che pensare al suicidio sia più che naturale. Camus lo definiva “l’unico problema filosofico veramente serio”. Ricordo un libretto satirico che avevo letto da ragazzo, che descriveva i principali modi per suicidarsi, per cui il peggiore era raccomandato a chi stava in cella: prendere la rincorsa e caricare forte la testa contro le sbarre.

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Non so se vi è mai capitato di camminare per strada in mezzo al traffico ed immaginarvi ad ogni macchina che passa il vostro corpo inginocchiato, la testa protesa contro l’asfalto e una ruota che vi passa sopra, facendovi schizzare fuori il cervello come un lupino.
Se anche voi la pensate in questo modo, non vi sarà facile attraversare il traffico del Cairo. Con quasi 20 milioni di abitanti nell’area metropolitana, il Cairo è la città più popolata del continente africano subito dopo Lagos, Nigeria, uno dei posti al mondo che vorrei assolutamente visitare.
Lo smog ti fa tossire. L’aria è pesante, fatta di polvere e sabbia.
Un ragazzo balla sul cofano di una macchina in corsa per festeggiare un matrimonio.
Due uomini litigano per un tamponamento, si crea un capannello di gente. Uno fa finta di prendere il cric, ma poi lascia perdere e torna in macchina.
Per attraversare la strada bisogna correre disperati, mentre carretti trainati da cavalli e uomini con si destreggiano senza problemi in mezzo al traffico.

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Come prevedibile, il clima politico che si respira in questi giorni non era dei migliori. Dopo la caduta di Mubarak, la fermata della metro che prima portava il suo nome è stata cambiata in “I martiri (della rivoluzione)”. La città è piuttosto militarizzata, gli arresti temporanei possono essere prolungati fino a un massimo di 15 giorni (ma già abbiamo visto che questo limite può essere oltrepassato). Barricate con filo spinato giacciono a bordo strada in piazza Tahrir, dove il traffico viene rallentato ogni sera con dei piccoli posti di blocco.

Uno s****o in borghese ci si piazza per due giorni nell’albergo dopo aver fatto amicizia con una nostra collega. E’ in borghese, non è molto preoccupante, ma dorme e mangia in una camera singola a spese nostre e non possiamo mandarlo via.
Un altro compare ogni tanto, ci chiede dove andiamo, sorride e se ne va. Quando ci si muove in un gruppo organizzato bisogna richiedere un permesso alla polizia turistica. Un funzionario in completo beige e camicia bianca, con la pistola infilata dentro ai pantaloni, ci segue per tutta la giornata. Appena atterrati abbiamo visto personaggi simili ai lati della strada che porta verso l’aeroporto, guardie speciali per la visita del re del Bahrein.

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La spazzatura in città è dappertutto. Tantissimi gatti e cani randagi ci sguazzano dentro. La prima sera ci viene il mal di testa a causa dei clacson delle macchine, unica vera fonte di segnaletica stradale. Due ragazzini si aizzano contro dei cani per gioco con un bastone di gomma. L’indomani, mentre camminiamo, un bambino grida qualcosa al nostro indirizzo e agita un coltello. Lo ignoriamo.

La sera in strada si vedono principalmente uomini giocare carte e fumare il narghilè fuori dai bar. Quasi come a Montevecchia. Non è raro vedere donne non velate e non è impossibile vedere coppie che camminano mano nella mano, ma la denuncia per atti osceni in luogo pubblico è sempre dietro l’angolo, così come la pena di morte per possesso di hashish, mentre in realtà si può fumare agevolmente. Tutto lascia presupporre che ci siano tanti strumenti per darti fastidio, appena qualcuno li voglia utilizzare.

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Tra i pochi posti con una licenza per vendere alcolici, ci sono gli alberghi. Spesso bisogna aspettare in fila per l’ascensore prima di poter salire all’ultimo piano di un albergo, per bere e fumare in terrazza. Per accedere ai club della società bene, una selezione all’ingresso proibisce addirittura di indossare un velo troppo coprente.
Un bar popolare nel centro, forse l’unico, vicino a piazza Tahrir, si chiama El Horreya. Horreya significa libertà. I baristi sono due o tre, uno molto scorbutico, uno molto simpatico, o forse è lo stesso che assume atteggiamenti diversi a seconda dei momenti e della serata. Passa per i tavoli allungando bottiglie di birra, se decidi di prenderla il cavatappi è già agganciato e la birra si stappa. Le bottiglie non si ritirano prima della fine: si paga per ogni vuoto rimasto sul tavolo, e non c’è nessuna difficoltà di imbarazzo nel chiedere la mancia.

Le piramidi nella piana di Giza sono uno spettacolo grandioso. Uno di quelli che ti aprono il cuore alla vista. Mentre visitavo il museo egizio, mi sono reso conto di starmi trovando all’interno di un gigantesco cimitero. Quasi tutti i reperti esposti nel museo sono strettamente legati alla morte e alla sepoltura. La piana delle piramidi è un cimitero di tombe. La maschera di Tutankhamen, il faraone bambino con disturbi congeniti dovuti al matrimonio tra consanguinei, tra cui un piede equino e un alluce necrotico, estremamente più dignitosa della realtà. Gli occhi delle statue funebri sono fatti di cristallo. Fissano vitrei, un istante eterno.
Questione di punti di vista.

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Il collegamento che ho tracciato tra il tempo e la morte è la parola.
Le parole vanno pesate perché con il tempo diventano pesanti, come palle di marmo. Ti si ingrossano dentro, a valanga, e se lì rimangono, ferme in gola, ti strozzano. La mancata espressività causa una morte dell’istante. Se il tuo io viene annientato per un istante può potenzialmente essere annullato per tutta la serie di istanti che compongono la tua esistenza, che poi non è altro che la percezione del tuo essere nel tempo.
La mancata espressività inoltre cancella il ricordo. Il ricordo è l’appiglio che la tua percezione ha dell’istante di vita. L’unico appiglio. Senza ricordo non esisti. Senza parola non hai memoria, e non hai percezione. Sei morto. E di qui si torna in cima alla pagina.

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