Il Grande Inquisitore (The Witchfinder General)

Di Francesco Lacava

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Inghilterra XVII secolo.

Sullo sfondo della terribile e sanguinosa Guerra Civile si snoda la storia di questo piccolo gioiello della gloriosa Hammer, la storica casa di produzione inglese fondata nel 1934, morta a metà degli anni 80 e resuscitata nel 2008.

Il film fu un caso all’epoca.


Tratto da un romanzo di Ronald Bassett e dal poema di Edgar Allan PoeThe Conqueror Worm”, la pellicola subì tagli, censure e denunce, tutto a seguito delle scene di sadismo e tortura ritenute troppo eccessive per l’epoca. Erano gli anni 60 e nel cinema, sopratutto in quello di genere fantastico (inteso in maniera ampia), osare era all’ordine del giorno. Il film diretto da Michael Reeves fu l’apripista del genere, il primo a mostrare e a raccontare il dolore e le assurdità delle torture, con una visione estrema.

Seguì poi il tedesco “La Tortura delle Vergini” (1970) di Michael Armstrong, che a differenza del precedessore, il quale utilizzava la tortura per denuncia e cronaca storica, calcava la mano sulle scene di sadismo e violenza senza preoccuparsi del lato sociale della vicenda. Ovviamente l’occhio smaliziato e immune dello spettatore odierno potrebbe trovare “semplici” e “ridicole” quelle scene, tuttavia, se viste con l’occhio del tempo in cui vennero girate, possono effettivamente sortire l’effetto disturbante.

La Trama

Nel 1600 il Regno d’Inghilterra è sconvolto dalla Guerra Civile che vede combattere due distinte fazioni, da un lato i realisti di re Carlo e dall’altro i fedeli di Cromwell. Guerra sanguinosa (come tutte le guerre) e fratricida, molte delle storie di fantasmi nascono in questo periodo: cavalieri senza testa nelle fumose brughiere, oscuri abati che passeggiano sugli spalti di castelli e dame bianche in attesa di essere salvate. Durante il confusionario e lungo conflitto il potere e la legge erano due entità impazzite e arbitrarie, tanto che le cronache del tempo abbondano di resoconti  su soprusi e abusi dei potenti sui più deboli.

E proprio in questa cornice che si inserisce la vicenda di Matthew Hopkins.

Personaggio realmente esistito, Hopkins era un Cacciatore di Streghe (come molti nell’Europa del XVII secolo) e girava l’Inghilterra, somministrando giustizia nel nome di una ipotetica investitura parlamentare, mai effettivamente dimostrata. Si dice che avesse ucciso più di 200 donne durante la sua sanguinosa carriera durata ben due anni: dal 1644 al 1646. Il film inizia con una esecuzione di una presunta strega impiccata ad una forca, mentre Hopkins osserva in sella al suo cavallo dall’alto di un crinale.

Interpretato dall’immenso Vincent Price che qui offre una interpretazione sopra le righe, la pellicola narra le vicende del cacciatore (Witchfinder in original14137773_1379120325434726_830937622_ne, ma tradotto maldestramente Inquisitore), che tra il Norfolk e il Suffolk  (il film è effettivamente girato nelle due contee) amministra la giustizia in modo arbitrario. Accompagnato dal fedele e lascivo Sten, uomo tanto brutale quanto ottuso che si occupa di torturare e vessare le povere vittime che vengono denunciate come streghe o adoratori del Demonio.

Hopkins si incontra e si scontra con un soldato di Cromwell, Richard Marshall (Ian Ogilvy), quando a cadere sotto le accuse di stregoneria è un sacerdote amico del giovane militare e zio di Sarah (Hilary Dwyer), una dolce fanciulla promessa sposa a Marshall.

La guerra reclama il militare che ignaro abbandona Sarah al suo oscuro destino. Quando viene a conoscenza della terribile sorte del vecchio e del fato della fidanzata il desiderio di vendetta e di giustizia richiamano Marshall lontano dai campi di battaglia, a rischio di essere accusato di diserzione. Seguendo le scie di morti e depravazioni che Hopkins lascia sul suo cammino, giunge allo scontro finale, scena tremenda nella sua spietata bellezza.

Il film è una cupa riflessione sul potere, sul piacere che dona possederlo e sulla corruzione che si annida al suo interno, elementi atipici per un horror del tempo. Il regista era una stella promettente del panorama cinematografico, che però morì per overdose di barbiturici alla giovanissima età di 25 anni. La storia utilizza gli elementi classici delle storie gotiche tanto care alla Hammer: la bella in pericolo, il villain senza scrupoli mosso da istinti sadici e pulsioni sessuali, il giovane eroe senza paura, castelli, sotterranei e torture. Ogni cosa è mostrata: le inquadrature delle torture sono leggermente sgranate, per non turbare più del dovuto il pubblico, ma il sangue c’è e il dolore e il disagio sono elementi che si avvertono distintamente, fino alla catartica ultima scena.

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Dolorosa è la sevizia sul vecchio sacerdote, terribile quella su una giovane nella piazza della cittadina di Leverhan, dinanzi agli abitanti e del marito della stessa. Esisteva una scena, poi eliminata in fase di montaggio, in cui Price declamava i versi del poema di Poe, col suo tono tipico di un personaggio che sembra uscito dalla penna dello scrittore.

Non a caso il suo nome è legato per la stragrande maggioranza ad altri titoli tratti da altrettanti racconti dell’autore.  Durante la lavorazione del film, Reeves e Price ebbero modo di scontrarsi diverse volte sulla interpretazione che quest’ultimo dava al personaggio di Hopkins, ritenuta dal regista troppo esuberante.

Esistono diverse testimonianze sui litigi avvenuti sul set tra i due, dove però fu Price (ovviamente) ad avere la meglio, tanto che abbiamo un Cacciatore di Streghe che assomiglia ad un lord sprezzante e cinico, avvolto nei suoi eleganti abiti puliti e lindi. The Witchfinder General è, come molti altri della Hammer, un film che intriga per la sua bellezza e per la semplicità della storia; ci mostra come era “semplice” allora, girare un film in poco tempo (appena sei settimane) lontano dai chiassosi red carpet e dalle costosissime produzioni dei capricciosi registi.

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