La Trilogia di New York - Una recensione al libro di Paul Auster

Sixth Avenue, Frank Köhntopp

PAROLE

Pubblicata nel periodo tra il 1985 e il 1987, l’opera è composta da tre romanzi scritti da Paul Auster, autore, fra le altre cose, della sceneggiatura di un piccolo e dolcissimo capolavoro quale “Smoke”. La trilogia comprende Città di Vetro: storia di uno scrittore di romanzi polizieschi, Quinn, che viene coinvolto in un caso che sembra scaturito dalla sua stessa penna. Scoprirà quanto è facile perdere sé stessi quando si gioca con l’identità, specie quando il proprio Io è uno pseudonimo.

Fantasmi: è un racconto lungo dove un investigatore privato viene ingaggiato per spiare le azioni e i segreti di un uomo che conduce una vita noiosa e piatta. L’epilogo sarà un rovesciamento della situazione e della realtà delle cose.

La Stanza Chiusa: chiude l’opera e narra di un giornalista che riceve un incombente compito: revisionare l’intera opera di uno scrittore, suo amico di infanzia. Il lavoro si rivelerà però distruttivo per la sua identità tanto da condurlo all’oblio di sé stesso e alla conseguente rinascita sotto nuova forma.

Le tre storie hanno diversi punti in comune che, come il proverbiale fil rouge, si dipanano lungo l’arco delle intere narrazioni: la città di New York ovviamente è il primo e più lampante.

Come è stato più volte detto prima d’ora la città descritta da Auster è un non-luogo, non nel senso di spazio, che può essere identificato con qualsiasi altra metropoli esistente, ma nel senso di una città che ha dei punti chiave fissi (Central Station, Fifth Avenue, Columbus University) e che agisce comecatalizzatore disarmante e alienante dell’individuo.

New York come disgregatrice di identità

Dalla definizione dell’antropologo Marc Augè il non-luogo è uno spazio che non ha nessun legame identificativo e storico, ma si crea e si modifica a seconda delle necessità. Così è la Grande Mela tratteggiata da Auster, un luogo che si srotola dinanzi all’essere umano, offrendo riparo, sesso, cibo e soddisfazione dei propri istinti.

A dimostrazione di ciò abbiamo tre diverse anime mostrate nella Trilogia: inCittà di Vetro, troviamo una New York rampante, ottimista solare e reaganiana.

In Fantasmi invece veniamo catapultati dentro una fumosa città post secondo conflitto, piovosa e cupa. Ne La Stanza Chiusa invece siamo nella Grande Mela solo come punto di partenza iniziale, il protagonista infatti fugge ed esplora nuovi lidi, fino a ritornare al grembo umido da cui tutto è iniziato.

Oltre alla cornice della città di New York, entro cui i personaggi si muovono e che sono collegati tra di loro, in inevitabili gradi di separazione, una costante comune è la letteratura, non solo intesa quale insieme delle opere scritte da uno o più autori, ma intesa come realtà esistente. La Letteratura come Entità in grado di spiegare, lenire e accudire la vita dell’individuo. Tutti i personaggi, a partire dai protagonisti, hanno un loro rapporto specifico con essa.

Peter Bruegel, La torre di Babele

Un rapporto di lavoro (il protagonista di Città di Vetro); un rapporto conflittuale (l’investigatore di Fantasmi) e un rapporto predestinato, quasi ineluttabile (il giornalista de La Stanza Chiusa). Gli epiloghi saranno diversi dai punti di partenza e le risoluzioni porteranno ad una svolta nelle vite non solo dei protagonisti, ma anche dei personaggi che gravitano attorno ad essi.

Gli stessi personaggi, siano essi attori o comparse, vengono tratteggiati da Auster con incredibile umanità, scarne descrizioni fisiche ma profondi tratteggi psicologici, delle vere autopsie psichiche che mostrano l’interezza de moti dell’anima e dei caratteri. Sono creature alla ricerca perenne della propria identità, che non è mai la stessa e da cui tutto comincia, perché è facile perdere sé stessi nella fluida e immensa città di New York.

La solitudine dell’individuo è un altro elemento frequente nella trilogia, collegato sempre alla ricerca dell’identità. Ogni essere che vive in quelle pagine sceglie l’isolamento (volontario o forzato) che gli permette di arrivare a comprendere il proprio nuovo io, perdendo quello vecchio.

Non mancano gli elementi autobiografici

Paul Auster

In Città di Vetro ad esempio lo scambio di identità del protagonista, che già di per sé vive due vite, la sua (Quinn) e quella dello pseudonimo con cui scrive (William Wilson), avviene con l’investigatore privato che si chiama proprio Paul Auster. O ancora ne La Stanza Chiusa, il protagonista trascorre parte della vicenda a Parigi, descrivendo un luogo dove lo stesso autore ha vissuto e vissuto per diversi anni.


Mal di mal d'Africa

“Hai il mal d’Africa?”

“No — Il mal d’Africa è un prodotto che si vende con i pacchetti dei viaggi organizzati, dieci giorni di tramonti, animali selvaggi e paesaggi esotici, niente di più”.

Parola di Damiano Rossi, che dall’Africa è dovuto scappare in sella ad una motocicletta dopo 10 anni passati a vivere e fotografare il corpo e l’anima di quel continente.

Già, scappare. Perché Damiano è un fotoreporter, che per un quarto della sua vita ha vissuto tra Burundi e Uganda, documentando i destini degli uomini sotto il cielo nero di qua e di là dell’equatore. E proprio a causa di una delle sue indagini, una storia di abusi e pedofilia scoperchiata a Kampala, ha dovuto, su caldo invito di ambasciatori e servizi segreti, lasciare immediatamente il paese. In sella ad una moto, in poche ore. E così, per evitare un arresto da parte di poliziotti corrotti, o forse qualcosa di peggio, Damiano ha messo 10 anni della sua vita in due zaini e, in fretta e furia, ha superato il confine ugandese. La sua ultima notte in Africa l’ha passata insonne barricato in un motel, un armadio davanti alla porta per paura che qualcuno lo venisse a prendere, al confine tra Uganda e Kenya. Due giorni dopo era in Italia. Dietro di sé ha lasciato, in pegno alla sua professione, una casa, un lavoro, una vita. L’Africa, appunto.

Andata / Ritorno

Adesso Damiano è tornato a vivere nel suo paese natale, in provincia di Brescia. E’ tornato dopo tanto tempo a riabitare l’Occidente, qualunque cosa voglia dire. Questa è la sua storia, così come ce l’ha raccontata lui stesso, di fronte ad un buon piatto di pasta, una birra fresca, pochi fronzoli e nessun mal d’Africa con cui condire la nottata.

Kenya, Damiano assieme ai Masai

“Son tornato in Italia dopo dieci anni ma non mi sembra sia cambiato nulla. Il paradosso è che lì mi sembrava di essere al centro del mondo. Qua, al contrario mi sembra di essere fuori dal mondo. Qua scorre tutto lentamente. Là tutto cambia, ogni giorno, ogni istante. Qui in Italia i problemi sembrano insormontabili, in Africa al contrario, per molta gente, nemmeno la vita o la morte sono considerate questioni così importanti”

Damiano è arrivato in Burundi nel 2007, per un progetto dello Svi (Servizio Volontario Internazionale) che sarebbe dovuto durare tre anni. La passione per la macchina fotografica e per i fatti degli uomini l’hanno però spinto prestissimo a capire che per lui la strada sarebbe stata un’altra. Una strada fatta di inchieste, viaggi solitari e pericolosi, di incontri e scontri. Tutto per onorare quell’unico precetto che lo teneva saldo a quella terra: documentare. Scelta che parrebbe straordinaria, ma che Damiano racconta senza fronzoli, con il volto serio e la voce ferma. Non c’è nel suo atteggiamento alcuna intenzione di affascinare l’uditore, nessuna voglia di compiacersi o compiacere con le sue avventure (peraltro straordinarie, Ndr). Non c’è entusiasmo, c’è il rigore di chi parla di un’azione compiuta per dovere, un altissimo dovere da adempiere ineluttabilmente.

“Qualcuno mi ha detto che nelle mie foto c’è poca cura dell’estetica. E’ vero, non mi interessa molto. Mi interessa solo far conoscere, documentare, testimoniare, se possibile”

Comincia così la sua storia africana. Con una motocicletta, uno zaino ed una macchina fotografica. E la necessità, perché di questo si tratta, di contribuire a riportare a galla storie che altrimenti sarebbero affogate nell’abisso africano. Fedele a quella che si imponeva come una missione Damiano ha cominciato a conoscere la gente dell’Africa nera. Ad ascoltarne le storie, a inseguirle, studiarle, e solo in ultima istanza documentarle. Una missione che l’ha portato in mille terre d’Africa, a contatto con amici, nemici, demoni e santi. Respirando vita e morte, separato da esse solo dalla lunghezza di un obiettivo. Rotta per pochi, pochissimi, quella percorsa da Damiano: Nigeria (sul delta del Niger con i ribelli), Burundi (con i maledetti albini), Namibia (nella terra degli Himba), Uganda (nei campi dei rifugiati), Burundi (con gli esuli burundesi da poco rientrati dal Congo), Uganda (con le prostitute che si vendevano per due euro senza preservativo), Kenya (assieme agli ultimi Masai), Sud Sudan (durante le prime elezioni libere), Burundi (accanto ai ribelli armati), Uganda (con i mutilati di Joseph Kony), Liberia (nei cimiteri abitati di Monrovia). Questi sono solo alcuni dei tanti labirinti nei quali si è infilato Damiano e dai quali ha ricavato documenti, sguardi, fotografie, testimonianze preziose. Meglio, preziosissime.

Ribelli armati e cacciatori di coccodrilli

Uganda, Damiano mentre fotografa soldati europei che addestrano civili somali pronti per tornare in patria e far parte dell’esercito regolare

“Hai mai avuto paura?”

“Paura no, mai. Ho sempre pensato a documentare, ecco tutto”

Damiano non ama approfittare dell’utile arte dell’aneddoto, eppure potrebbe, eccome se potrebbe. Dei suoi reportage racconta solo l’essenziale. Non c’è nelle sue parole alcuna traccia di vanità, nessuna intenzione di intrattenere. Solo informare, parlare, condividere. Ciò nonostante basta poco, ascoltandolo, per farsi vincere dalla suggestione e ritrovarsi nel mezzo di storie impensabili, avventure infinite, trame sorprendenti. Eccone alcune, carpite al termine della cena, quando in tavola arriva un fresco gelato a lenire il caldo agosto bresciano:


Nigeria. I ribelli del Mend| Tutto comincia con la lettura di un libro: “Il delta in rivolta” di Daniele Pepino. E Damiano si appassiona immediatamente alla vicenda dei ribelli del Mend che combattono le multinazionali del petrolio rubando l’oro nero dalle pipeline. Combattenti che si nascondono nel torbido delta del fiume Niger, inseguiti e ricercati da un esercito sanguinario.
Questa storia Damiano la deve seguire. Ma come? L’esperienza, le ricerche e l’intuito lo portano a contattare una Ong di Port Harcourt, che pare abbia contatti proprio con i ribelli. Il fotografo non ci pensa due volte e parte dal Burundi, diretto in Nigeria. Port Harcourt però è città pericolosa, dove i bianchi vengono sequestrati e girano con le scorte. Lui ci arriva da solo, con uno zaino e la macchina fotografica. All’aeroporto viene messo dietro alle sbarre. Da lì, dicono, potrà uscire solo quando qualcuno arriverà a prendersi carico di lui. Ma per lui non c’è nessuno. E a curarsi di lui alla fine ci pensa una albergatrice. Damiano, solo in terra ostile comincia così a tessere contatti. Un salto nel buio, inseguendo qualche pagina di un libro e una storia che è convinto valga una fotografia. I primi sono giorno d’attesa, chiuso in albergo per non dare nell’occhio, parlando segretamente con la Ong, che nel frattempo cerca di convincere i ribelli ad ospitarlo. Poi arriva la conferma. Si parte. Damiano viene scortato nella foresta, e dalla foresta verso il fiume. Sul fiume un ribelle armato di K-47 lo aspetta sopra un legno pronto ad affondare. Da lì un viaggio sul delta, mentre le vedette dell’esercito cercano i ribelli, armati fino ai denti. Poi l’arrivo. I fumi, le fiamme e un’isola coperta di catrame. Ribelli armati e raffinerie improvvisate. E lui, unico bianco, giovane ragazzo bresciano. Senza paura, se non quella di non riuscire a cogliere quanto gli si stava presentando di fronte*.

I ribelli del Mend sul fiume Niger, photo by Damiano Rossi

caccia di coccodrilli | Damiano viene a sapere che in Burundi, sul lago Tanganika ci sono vecchi cacciatori che praticano l’antica arte della pesca del coccodrillo. Navigano su vecchie piroghe, lanciando reti in attesa che l’alligatore resti imprigionato. Poi sono battaglie epiche, durante le quali uno dei due protagonisti sicuramente perderà la vita. Damiano parte. Contatta e convince un pescatore a portarlo con sé. In cambio il pescatore vuole una settimana di esche. Frattaglie che Damiano provvederà ogni mattina a portare sulla piroga, dopo averle comprate all’alba nel mercato del piccolo villaggio. Però in due sulla piroga si sta stretti, in mezzo al lago popolato da coccodrilli. E presto — pensa Damiano — sulla stessa barca ci sarà anche un alligatore inferocito. Eppure il fotografo presta attenzione solo alla pelle del vecchio pescatore, tesa e bruciata. Pensa alla pelle del coccodrillo, che presto, se Dio vuole verrà scuoiata. Una settimana sul fiume. Ad attendere che l’alligatore cada nella rete. Una settimana a guardare il mondo dall’obiettivo, incurante del rischio di far la fine dei molti pescatori che hanno perso la battaglia della vita. Una settimana di frattaglie pagate e gettate nel fiume. E alla fine, dopo tanto attendere, nulla. Il coccodrillo, a quanto pare, non aveva alcuna voglia di farsi fotografare*.

Cacciatori di coccodrilli, lago Tanganika, photo by Damiano Rossi

Questi sono alcuni dei frammenti, dei colori, dei rarissimi squarci sul suo mondo che Damiano concede all’intervistatore. D’altronde la sua logica è chiara:

“Non mi interessa tanto parlare della mia sorte, quanto di quella delle persone che ho incrociato”

Eccola dunque la ragione ultima della professione di fotoreporter, almeno per come la intende Damiano Rossi. Tutto lo sforzo, i rischi, le attese, i sacrifici volti a cogliere un istante della vita di chi sta di fronte all’obiettivo.

Dai 7 ai 14 anni di carcere

Unultimo indizio su chi sia Damiano Rossi lo cogliamo al termine di una serata passata a parlare, quando ormai la pasta è finita e il gelato si è sciolto al caldo dell’agosto bresciano. Dei tanti reportage fatti dal fotografo, sono due quelli che ci danno meglio l’idea di chi sia quest’uomo.

Il primo è apparso qualche tempo fa sul Corriere della Sera.

Il presidente dell’Uganda Museveni aveva da poco firmato una legge che prescriveva il carcere a vita per gli omosessuali e invitava il popolo a perseguirli e cacciarli. Michele Farina, inviato esteri del Corriere contattò proprio Damiano, che abitava a Kampala, per fare un reportage sui gay della capitale. Damiano si mette subito in movimento, ed in poco tempo riesce a convincere tre ragazzi omosessuali a raccontare la loro storia. Per farlo, ovviamente, bisogna prendere precauzioni e proteggere le identità dei giovani. Rischiano la vita. Damiano decide di acquistare alcune maschere di Halloween e ospitare i ragazzi a casa sua. Mentre il giornalista intervista i giovani, Damiano li fotografa, nel retro di casa, mascherati. Al termine del servizio Farina è ritornato in via Solferino, e da lì ha pubblicato un bel reportage sulla vicenda. Le foto, apparse sul giornale sono di Damiano, che però non ha mai potuto firmarle. Questo perché lui, abitando a Kampala, se scoperto avrebbe rischiato dai 7 ai 14 anni di prigione. Damiano racconta questa storia senza mai fare leva sulla fortuna mancata, sul riconoscimento svanito, sul rischio assunto senza gloria. No, Damiano ha parlato con passione di questa vicenda e l’unica cosa che gli premeva era spiegare il timore e la paura provata e che forse ancora provano i 3 ragazzi che ha ospitato. Della sua fortuna personale, dei rischi corsi, della possibilità di passare dai 7 ai 14 in una prigione ugandese, no. Nessuna traccia.

Ilsecondo episodio che squarcia il velo sulle scelte umane e professionali occorse nei lunghi dieci anni passati da Damiano in terra d’Africa è lo stesso che lo ha obbligato a fuggire, in sella ad una moto dal quel continente. Di mezzo c’è una storia avvelenata, fatta di abusi su minori, personaggi importanti e grandi capitali.

Damiano era al centro di questa vicenda. E se l’avesse taciuta, se per una volta avesse spento la sua macchina fotografica avrebbe guadagnato una ricca fortuna, fama e successo. Continuare a guardare dall’obiettivo, avrebbe invece al contrario, obbligato il fotografo a rinunciare a molto, moltissimo, forse tutto. All’Africa, appunto.

La sua storia è finita lì dove è cominciata la nostra. Con l’obiettivo ancora aperto. Con Damiano trincerato in un motel, con la paura che qualcuno venisse a prenderlo, obbligato a lasciare in poche ore, dietro di sé, dieci anni di vita. Damiano ha scelto di testimoniare, incorrendo e lo sapeva, nell’ira dei potenti. Lo ha fatto senza pensarci un attimo. E nel raccontarlo a noi, tra le righe, non si scorge nessun segno di rimorso. Nessun rimpianto su come avrebbe potuto essere.

Con serenità e fermezza Damiano ci guarda negli occhi. Non c’è bellezza, non c’è morale né tanto meno vanità. C’è la serenità di un uomo che ha compiuto e rispettato quanto la sorte aveva in serbo per lui, là sotto il vorticoso cielo d’Africa.


Sarà lo stesso Damiano Rossi, d’ora in avanti a raccontarci e mostrarci i suoi splendidi reportage dalle pagine di questa rivista. La nostra barca accoglie con enorme onore questo nuovo valoroso marinaio. A lui cediamo con grande gioia il timone della sezione Africa, che guiderà, ne siam certi, per mari e terre preziose. E’ proprio in incontri come questo che si compie il senso del nostro viaggio.

“La sua mano contro di tutti e la mano di tutti contro di lui”
Gen. 16


KEPLER 452-b

“Kepler-452b è la cosa più simile che abbiamo a quella che qualcun altro potrebbe chiamare casa”
( Jon Jenkins, Kepler data analysis lead at NASA’s Ames Research Center in Moffett Field, California)

Passeranno centinaia e migliaia di anni. La tecnologia partorirà totem tecnologici che ridefiniranno il concetto di umano. Alluvioni, guerre e carestie dimezzeranno la popolazione. Alcove e laboratori la moltiplicheranno. Ed un giorno, dopo tutto questo, un figlio dell’uomo, forse, chiamerà Kepler-452b casa.

L’orizzonte dell’umanità, ieri, 23 luglio 2015, si è allargato di 1440 anni/luce. Il lungo viaggio di Ismaele, interrottosi contro il capo duro d’una balena, riprende. I porti non saranno più le lerce cittadine di Bedford o Nantucket, ma le basi di lancio di Cape Canaveral, Florida, o Vostochny, Siberia.

Un giorno, fra mille anni, i figli dell’uomo festeggeranno il 23 luglio 2015. www.callmeishmael.net riparte, il viaggio lo stesso, ma la sentinella non guarderà più mare, ma cielo.


Del Palio, del tempo e dell’umanità

Questo testo nasce dall’esigenza e sopratutto dal piacere di rispondere all’articolo apparso sul Lavoro Culturale a firma di Salvatore Marco PonzioToti per chi ha la fortuna di averlo come amico. Io che posso vantarmi di questa fortuna, d’ora in poi quindi chiamerò l’autore dell’articolo Toti.


Si parla di Palio di Siena, di sicurezza, dei tempi che cambiano. A scrivere quel pezzo è una penna particolare, un occhio svelto e prezioso per quella città, per quella festa, per quelle cupe mattonelle.

Toti viene da Favignana, sa bene cosa sia la bellezza, e a Siena ci arriva da studente fuorisede, che per chi conosce un po’ la città, vuol dire arrivarci da nemico. Da quando ci è arrivato però, assieme a me molti anni fa, Toti ha avuto l’umiltà di ascoltarla quella piazza che lo vedeva d’occhio storto. E farsela amica. Intimamente. Amandola e facendosi amare.

Ecco perché l’occhio di Toti è particolarmente prezioso quando si tratta di parlare di Contrade, Cavallini e Palio. Perché Toti conosce la bellezza, ed è capace di ascoltare e interpretare le voci del Campo, con scienza, amore e libertà, tre virtù che so per certo non gli mancano.

Ed in fondo, cosa c’è di più grande dell’amore di un nemico? Spero dunque che Sienona legga le parole di Toti, e le ascolti con interesse. Quanto a me, che ormai da lontano seguo con nostalgia le sorti di Siena e di Toti, son felice di poter riflettere sul Palio, grazie allo sguardo fidato di questo amico.

Ora basta parlar di noi però, che al caro lettore, immagino poco interessi.

Toti propone una tesi interessante. L’ultima carriera corsa, quella del 2 luglio 2017, coltiverebbe in seno il frutto di un sostanziale cambiamento per questa manifestazione storica. Un palio diverso, dice Toti. Tesi intrigante, anticipata come accade nelle grandi tragedie e nelle grandi farse anche da un passaggio simbolico: Tornasol, cavallino ribelle si rifiuta di correre, ed insieme al fantino più blasonato se ne torna sbizzarrito nell’androne. Fatto nuovo, fatto strano. Bellezza di una corsa che in ogni istante è metafora d’altro, là per chi la vuole vedere. Come fosse una declinazione dell’Iching tra colline e cipressi del Chiantishire.

 

                    Tornasol e Trecciolino si ritirano (Luglio 2017) 

Toti però sembra far centro. L’attenzione del suo sguardo si sposta subito su un fatto realmente nuovo per la piazza: anche lì nel Campo, durante il Palio, fortezza che per molti di noi sembrava inespugnabile, è arrivato prepotente l’eco del mondo che cambia. Piazza militarizzata, a numero chiuso, niente bambini, e sopratutto niente fazzoletti contradaioli. La ragione del cambiamento passa da una parola strana: sicurezza. Parola contraddittoria, tanto più a Siena, che della contraddizione fa bandiera. Toti spiega, con argomento brillante, il paradosso intrinseco alla militarizzazione avvenuta durante la Carriera di Provenzano 2017. Pregevole, anzi pregevolissimo il passaggio del suo articolo, che merita qui di essere citato:

“In questo senso, si potrebbe addirittura riconoscere nella piazza senese un esempio di luogo primariamente sicuro — secondo il binomio latino «sine cura», ossia senza preoccupazione — nella misura in cui il coinvolgimento emotivo del soggetto determinato dalla Festa a mezzo delle sue regole non scritte dissolve quasi totalmente la preoccupazione per l’incolumità fisica della persona. Così inteso, il concetto di sicurezza viene evidentemente a declinarsi in modo più ampio rispetto al protocollo omologante messo in campo dalle misure straordinarie di Polizia”.

Al netto della lucida analisi, della bella prosa e dell’acutissimo spunto offerto da Toti, mi trovo però obbligato a rilanciare la puntata, sicuro che lo stesso Toti non si aspetti niente di meno da me.

Sono dunque obbligato a riflettere sui meccanismi e le relazioni fra un corpo e l’ecosistema entro cui si muove. Così è per Siena, città d’Italia, d’Europa, d’Occidente. Certo è, mi si farà notare sin da subito, che il Palio vuole da sempre sfuggire a quell’ecosistema. Come una lupa coi pargoli ama nascondersi tra la boscaglia, così Siena e la sua corsa si sforzano ostinatamente di lasciar il mondo fuori da porta Camollia e da porta Romana, che si venga da nord o da sud.

Ah, dolce illusione, di poter restare fedeli a se stessi! Impossibile, dico io. Anche all’ombra della più fitta foresta, sicuri di essere invisibili al mondo, ogni foglia che cade è cambiamento. E allora come guardare a quella piazza che è stata scoperta, smascherata del suo tempo?
Un’analisi possibile è quella avanzata da Toti. Ipotesi elegante. Si riflette del concetto di sicurezza. Di quella formale, messa in campo dal mondo con poliziotti in divisa e contapersone, e quella percepita, fatta di passione, estasi e coinvolgimento. Temo però che il caro Toti sovraccarichi di significato quell’insieme di sentimenti ben descritti dal binomio latino “sine cura”. Anche la lupa nascosta, quando l’inverno è arrivato cambia pelo. Così Siena, come d’altronde ha fatto già altre volte, sarà costretta a farsi nuova pelle, una volta scovata dallo spirito del suo tempo. Mi permetto, perciò di interpretare il pensiero di Toti, che si cela fra le righe. Lui non lo dice espressamente (troppo furbo!) ma credo che nella sua splendida analisi ci sia, nascosta, un’accezione negativa, quasi melanconica. Un rammarico celato per un evento a noi tanto caro, obbligato a fare i conti con il suo tempo, così complesso. Io sto, come è mia natura fare, dall’altra parte della barricata. Si misura proprio nella contaminazione, nel cambio inesorabile delle stagioni, nella capacità di affrontare l’inverno la forza di un corpo. Benedico, malgrado mi riesca faticoso, poliziotti in piazza e fazzoletti abbassati. Un corpo è realmente vivo solo quando riesce a sostenere lo sguardo del suo nemico. Il mondo ha scosso la piazza, così come fu scossa più di dieci anni fa, quando arrivammo lì sul Campo, io e te, caro Toti. E la vera bellezza l’abbiamo trovata assieme solo quando Siena, con i suoi occhi di vecchio, ha deciso di sostenere il nostro sguardo.
Mi auspico perciò, per il bene di quella santa piazza, che continui a farlo, senza paura.
Ah Siena, Ah umanità!


Santo padre

Tutto ha inizio con un video di Nick Foster, già capo dell’Unità di ricerca e sviluppo di Google, dal titolo The Selfish Ledger. Nel 2016 il video era stato creato a uso interno per spiegare le potenzialità derivanti dall’utilizzo dei big data per influenzare il comportamento umano. Il video è uno strano misto di epigenetica e thatcherismo tecnologico, per un totale di 8 minuti e 30 secondi di cielo stellato e tramonti che si succedono al ritmo di una musica ipnotica che sembra un carillon, mentre la voce narrante scandisce l’immagine del nostro futuro per come lo immaginano a Silicon Valley.

«Per solo uso interno»

Il video per certi versi è semplice.

Inizia con un richiamo al lavoro di Jean-Baptiste Lamarck. In Philosophie zoologique (1809), Lamarck proponeva la prima teoria dell’evoluzione in base alla quale processo di modificazione degli organismi dipende dall’influenza delle condizioni ambientali. La voce narrante spiega che al centro della teoria di Lamarck è una sorta di adaptive force in base alla quale «le esperienze di un organismo durante la propria esistenza ne modificano il codice interno e nel momento della riproduzione questo codice interno modificato viene trasmesso alla successiva generazione» (0:52). Per quanto, continua la voce narrante, questa teoria sia stata rapidamente superata dalla teoria dell’evoluzione di Darwin, oggi Lamarck sta trovando dimora in luoghi inaspettati. Per Google, l’insieme dei nostri dati può essere interpretato come una versione codificata di noi stessi che viene modificata continuamente in base alle nostre azioni. Ed è qui il secondo punto, perché Google descrive l’insieme dei nostri dati come un ledger, una specie di registro che contiene tutte le informazioni necessarie per descrivere chi siamo. Tornando alla biologia, Foster richiama la figura di Richard Dawkins, che nel 1976 pubblica Il gene egoista. Per Dawkins, la teoria dell’evoluzione andrebbe analizzata dal punto di vista del gene – non dell’individuo. In base a questa lettura, «il motore che guida l’evoluzione non è l’individuo ma il gene» (2:52). In altre parole, «l’organismo individuale è una specie di contenitore transitorio del gene, una macchina pensata per consentire la sopravvivenza del gene».

E qui è il terzo punto, perché «i principi di progettazione incentrati sull’utente hanno dominato il mondo dell’informatica per molti decenni, ma cosa avverrebbe se guardassimo le cose in modo diverso? Cosa accadrebbe se il registro dei nostri dati avesse una volizione o uno scopo piuttosto che semplicemente agire come punto di riferimento storico? Cosa accadrebbe se ci concentrassimo sulla creazione di un registro più ricco introducendo più fonti di informazione? E se pensassimo a noi stessi non come proprietari di queste informazioni, ma come contenitori transitori o custodi del nostro registro di dati?» (3:02).

Prima di muovere a un rosso tramonto pervaso dal canto dei grilli notturni, il gene si trasforma in una specie di libro contabile chiamato ledger che altro non è che l’insieme dei dati che descrive la nostra vita. Questo registro ora esiste nella descrizione di Foster come dotato di vita propria e ci cammina accanto, mentre noi ne diveniamo i custodi transitori. In questo senso, la tecnologia non è più di supporto alla nostra vita ma noi siamo di supporto a lei, e Google si propone di ottimizzarne gli obiettivi presentandosi come l’organizzazione responsabile «di offrire obiettivi raggiungibili per il registro di ciascun utente». Poiché dare un significato univoco a ciò che è bene per l’umanità è così complesso, gli obiettivi di ciascuno dovrebbero avere a che fare con la salute o con l’ambiente, insomma riflettere i valori di Google come organizzazione (3:25). Di principio, sarà l’utente a scegliere tra le opzioni dategli dal registro. Nel momento in cui l’idea di un registro orientato a obiettivi condivisibili diventerà più appetibile, sarà direttamente il ledger a prendere le decisioni. Nel tempo, la capacità di disegnare uno strumento tagliato sulla base del gusto estetico dell’utente consentirà al ledger di modificare il comportamento umano.


Un manifesto

Chi siamo? Non siamo. Nomi non ne abbiamo. Siamo una moltitudine. Chiamateci Ismaele. Come il bastardo di Abramo e di Agar, la schiava d’Egitto. Abbiamo solo per metà sangue sacro. Siamo stati cacciati, condannati e benedetti a vagar per il deserto. Siamo nomadi, senza casa e senza meta. Il destino? L’ha deciso per noi l’Arcangelo:

“La sua mano sarà contro tutti, e la mano di tutti contro di lui”
Genesi 16:12

noi abbiamo fatto di questa profezia precetto. Siamo fedeli all’infedeltà. Siamo in cerca di nemici, per farceli maestri. Siamo da soli, e parliamo al vento. Abitiamo gli abissi, le vette, i deserti, le nebbie, le paludi, le periferie, le province, se ci incrociamo ci riconosciamo. Non cerchiamo un senso. Inseguiamo il Leviatano, impazienti di farci affondare al colpo della sua testa dura. E cantiamo in coro, mentre affoghiamo, il motto della ciurma:

“Sfidandoti io ti adoro”
Moby Dick, Herman Melville


Pianeta terra

la nostra prov del nove

sono loro


Confessioni di una lente non pericolosa — (NTLPD)

Sud Sudan 09/07/2011— La nascita di uno Stato

Eio faccio gli scongiuri, come sempre… perché ogni volta ci deve essere un prete o una suora che viaggiano con me su questi bus? E perché tutti i conducenti chiedono loro di dire una preghiera prima di iniziare il viaggio? Tutti si mettono a pregare con loro e io li guardo e poi guardo il cielo, anzi no, il soffitto di questo vecchio sgangherato mezzo di trasporto che parte da Kampala e, dopo circa dodici ore di strada, ci condurrà sino a Juba, quella che tra poco meno di tre giorni sarà la capitale del nuovo stato africano che prenderà il nome di Sud Sudan. Sono seduto ai primi posti e accanto a me c’è il solito ignoto, il solito signore in completo grigio, giacca e cravatta con la giacca sempre due misure più della sua. Li trovi sempre, dove cavolo andranno vestiti così su un autobus, per dodici lunghissime ore. Sono un esercito, sparsi su tutte le rotte africane…non capisci mai che lavoro facciano, forse non fanno nulla, tengono solo a essere eleganti…e mi giro e ne vedo altri, simili, sparsi sulle varie file di sedili…li guardo tutti, guardo tutti i passeggeri, le mamme con i bambini appena nati, con i fratellini e le sorelline, gli anziani di un altro tempo e i ragazzi di questo tempo, ormai alla moda, con cuffie dalle quali senti uscire canzoni nigeriane da discoteca. Cosa andranno a fare a Juba? Beh, molti di loro sono di quelle parti, in Uganda solo per studio o per affari o scappati anni prima da quelle due devastanti guerre civili con Khartoum che hanno fatto più di due milioni di morti e cinque milioni di rifugiati. Tornano per celebrare la tanto sognata indipendenza. E gli ugandesi invece? Che ci fanno sul bus? Vanno a fare affari…gli ugandesi hanno fiuto per gli affari e un nuovo Stato è sinonimo di business. Meglio quindi gettare subito le basi, non c’è da perdere tempo. E io invece? Come spesso mi accade, l’unico bianco. Che ci faccio lì? Chissà cosa pensano i miei compagni di viaggio vedendomi lì ai primi posti, con due zaini enormi che non mollo neppure un attimo. Dentro c’è la mia attrezzatura, le mie macchine fotografiche, il mio portatile e dei ricambi che mi devono bastare per questi giorni. Il viaggio è lungo, il caldo si fa sentire così come la mia insofferenza per gli autobus… non trovo la posizione, continuo a muovermi con la schiena, le gambe no, quelle sorreggono i miei due zaini… e sudo… e sto male…e finalmente riesco ad addormentarmi, subito dopo passata la frontiera di Nimule…

Nascita di una nazione

Epoi arriviamo a Juba, al parcheggio degli autobus. Sono le 7 di mattina del 7 luglio 2011, tra due giorni sarà il giorno tanto atteso, la festa… Devo cercare un posto in cui dormire, che mi farà da base. Gli alberghi sono troppo cari, centinaia di dollari per una stanza… per fortuna a Kampala conosco una ragazza sud sudanese che mi ha dato il contatto della cugina. Prima devo però recuperare una SIM del posto. Trovata… la chiamo e le dico in che punto della città mi trovo. Passano due ore ed eccola arrivare su un taxi moto. Insieme andiamo verso il sud della città, nel quartiere in cui lei affitta una piccolissima casa di mattoni, una sola stanza all’interno della quale il letto ci sta a mala pena. Quella sarà la mia base. Per lavarmi ci sono dei bidoni che utilizzerò una volta uscito all’esterno della casa, nascondendomi dietro a un albero, nella speranza che i vicini non stiano facendo la stessa cosa in quel momento. Va bene così, pochissimi dollari spesi e un posto in cui nessun altro fotografo o giornalista possano venire a metter becco. L’unico problema, la sicurezza, di notte. Per questo, una volta dentro, prima di dormire, sposterò il letto proprio contro la porta… nessuno potrà entrare… la finestra è troppo piccola, solo per topi. Non sembra una città pronta a un simile evento, sembra una città sonnolente e svogliata… i fantasmi di tutti quei morti sono ancora ben presenti… diffidenza, questo quel che si respira… la gente mi guarda con espressione quasi ostile, forse tipica dei Dinka, di questa etnia che qui governa, che qui comanda. Altezzosi e fieri, si sentono superiori a tutto e tutti, devi stare attento a guardarli negli occhi, rischi subito la lite ed è così che io mi aggiro per le strade non asfaltate della città, alla ricerca dei diversi uffici che mi porteranno a breve ad avere il pass come fotogiornalista per poter testimoniare il giorno X. È così che passo il 7 e il 8 di luglio… tra un ufficio e l’altro, tra carte da compilare e connessioni WiFi rubate agli alberghi di lusso in cambio di una coca cola pagata a uno dei tanti camerieri sfruttati e sottopagati che mi lascia stare ai tavolini del bar.

Appuntamento con la storia

E ci siamo finalmente. È il 9 luglio 2011, sta nascendo un nuovo stato e io ci sono, ne sono testimone, sto fotografando un avvenimento storico.

Mi sento fortunato, al centro del mondo… sono le 6 di mattina e raggiungo la piazza principale in cui avverrà la cerimonia. Finalmente tutte le strade sono affollate, la gente danza, canta, quasi a voler esorcizzare e scacciare una volta per tutte i fantasmi del passato. Pian piano tutta la piazza si riempie, cominciano le parate, le sfilate, arrivano i presidenti di moltissimi Paesi africani e non solo, c’è pure Ban Ki Moon, il segretario generale delle Nazioni Unite…e pure lui, Omar Al-Bashir, presidente del Sudan, con un mandato sulla testa da parte della corte penale internazionale per crimini di guerra…e siede a pochi metri da Ban Ki Moon…ma oggi forse tutto è concesso, sono tutti amici o almeno fanno finta di esserlo. Oggi si pensa soltanto a danzare e a cantare e si spera…si spera che per questa nuova Repubblica cominci una nuova era.

Sebbene ricchissimo in petrolio, questo nuovo Paese è uno dei meno sviluppati in Africa, con una mortalità infantile sotto i 5 anni di 112 su 1000 e materna tra le più alte al mondo, se non la più alta… è un Paese che galleggia sul petrolio ma non ha raffinerie, quelle sono al nord, nell’altro Sudan, quello di Al-Bashir che quindi economicamente li tiene ancora per la gola… ma oggi si pensa solo a far festa, ad ubriacarsi, a cantare e danzare, per tutto il giorno, sino a notte tarda…e io scatto, immortalo questi momenti storici e non mi accorgo che sono già le 5 di sera… devo mandare le foto all’agenzia il prima possibile, devo andare dal mio amico dell’hotel di lusso che per una bibita mi da il bigliettino con la password del WiFi… e intanto chiamo i miei genitori in Italia e dico loro quel che è accaduto oggi, racconto loro che oggi sono stato presente mentre un pezzo di storia veniva scritto…e sono davvero contento, mi sento un privilegiato…e le fotografie arrivano in un attimo in Germania e il giorno dopo negli Stati Uniti, in California, foto del giorno… E’ tempo di partire, di lasciare la casetta che mi ha fatto da base durante questi giorni…l’autobus è lo stesso dell’andata… si riparte, verso l’Uganda. Ma questa volta, invece che metterci 12 ore, ne impieghiamo 36 per arrivare a destinazione. Dopo un centinaio di chilometri da Juba, il bus si rompe in mezzo al nulla. Passiamo così tutta la giornata e la notte, seduti sul bus ad aspettare. Solo il giorno dopo ne arriva un altro, ma già carico di passeggeri…ed eccoci quindi tutti su un unico mezzo, 120 persone, galline, capre e un bianco, tutti schiacciati verso Kampala.

E io che mi dicevo: “Mah, se già i primi giorni sono così sfortunati per questo Paese…” e senza saperlo avevo letto nel futuro…siamo a fine 2017 e ormai da più di tre anni il Sud Sudan è in preda a una lotta interna fomentata dagli odi tribali, da Khartoum e, come sempre, dal dio denaro con le sue compagnie petrolifere straniere che stanno dietro ai vari gruppi ribelli formatisi…

E la storia si ripete

Centinaia di migliaia di persone che fuggono da questa guerra e trovano rifugio nella vicina Uganda. Come nel campo di Kiryandongo, dove metterò piede nel gennaio 2015…